TECHE: poesia

"Pi greco" - Vittorio Gassman

a cura di Stefano Caporali, Giorgio Penco, Fulvio Lanna e Sugar

L'originale

Pi grecoC'è un punto
Del centro del cerchio
Che misura
In pi greco
La propria immutabile distanza
Dai punti che lo circondano.


Se la vita fosse un cerchio
Questo disagio sarebbe
Una misura

 

Stefano Caporali

Se il sistema di riferimento considerato fosse la geometria euclidea il testo sarebbe inaccettabile. Infatti, per Euclide, il "punto del centro" è il centro stesso. E il centro non misura in pi greco la sua distanza dai punti che lo circondano (che siamo indotti a ipotizzare essere quelli posti sulla circonferenza) poiché il pi greco è il risultato di una frazione che vede partecipi raggio e circonferenza. L'immutabile distanza a cui si fa riferimento dovrebbe quindi essere banalmente il raggio.

Dobbiamo in definitiva assumere che ci troviamo in una geometria non euclidea ed, in realtà, in una geometria ben strana che ammette come unità di misura un numero trascendente.

In questo contesto se la vita fosse un cerchio in una geometria non euclidea, la vita stessa sarebbe non euclidea e potrebbe ben ammettere come unità di misura il "disagio".

Al di fuori della matematica, a parte il fascino para-matematico delle prime righe il significato delle ultime sfugge. Di quale disagio si parla? Letteralmente dovrei intendere che il disagio è il pi greco stesso. Ed in effetti i numeri trascendenti provocano un certo disagio. Ma perché non considerare allora "e"?

«Ode all'

C'è una congiunzione
Che anche integrata
Non muta il suo aspetto.
E questo deriva
Dal voler rimanere
Comunque sé stessa.

Se la vita fosse un "e",
Integra o alla deriva,
Non muterebbe affatto.

Giorgio Penco

Mi pare chiaro che Gassman non aveva le idee chiare.

da qualche parte ho sentito dire che la poesia sarebbe evocazione di concetti, emozioni e situazioni, mentre la prosa ne dovrebbe essere la descrizione: se ciò fosse vero, allora secondo me il brano di Gassman non sarebbe nè prosa, nè poesia.

se per fare un poeta (o anche semplicemente una persona capace di esprimersi compiutamente) bastasse sentire nella propria anima vaghi aneliti (sia pure nobili, talora), appetiti e disagi, allora saremmo tutti grandi poeti o prosatori.

invece gli aneliti fanno di noi degli esseri anelanti, non dei poeti così come l’umana pietà per il prossimo (anche laddove sia presente) fa di noi degli esseri buoni e pietosi e, di nuovo, non dei poeti.

per essere buoni poeti o prosatori occorre qualcosa di più ed in particolare, dopo aver “sentito” qualcosa nell’anima, occorre tra l’altro:

1. saper chiarire prima di tutto a se stessi “che cosa” si sia sentito e cosa dunque si desideri esprimere,

2. condensarlo in parole attorno ad un definito nucleo espressivo e

3. soprattutto aver cura di scegliere immagini e parole in modo tale da rendere anche per coloro che leggono intelligibile con chiarezza le emozioni o i concetti che costituiscono l’oggetto della nostra volontà espressiva.

di questi 3 elementi, mi sa che a Gassman è mancato il primo … e quindi inevitabilmente sono evaporati nel vento delle buone intenzioni anche il secondo ed il terzo.

però è sempre interessante sapere che il buon Vittorio non si limitava a declamare, ma si impegnava anche in altri cimenti.

 

Fulvio Lanna

Intanto il centro del cerchio non puo’ considerarsi un punto. Un punto e’ un’entita’ immateriale, di “forma” adimensionale pura, mentre il centro di un cerchio e’ un insieme di punti, in quanto rappresenta qualcosa di misurabile.
Il centro di un cerchio e’ infatti l’ideale asse e perno sul quale un eventuale osservatore puo’ galileianamente ruotare ed osservare lo spazio ed assumerne conoscenza.
Tutto cio’ verrebbe escluso se il nostro punto di partenza fosse indeterminabile.
Ma tutto questo e’ un vuoto accademismo. Non e’ difficile capire che si tratta di una sindrome arlecchiniana. (E trittica. J)
In effetti, il ruolo piu’ importante, in questa poesia lo svolge invece il cerchio.
Esso rappresenta il limite. La zona franca, il libero arbitrio del centro. E pi greco ne e’ la sublimazione trascendentale.
Liberandosi di inutili masturbazioni mentali, abbandonando le “regole” e gli atteggiamenti scolastici che hanno caratterizzato i vostri scritti, emerge tutta la forza del simbolismo geometricosociale di Gassman.
Ecco perche’ il disagio e’ una misura, una misura non richiesta.

 

Sugar

Non sono mai stata uno spirito scientifico…
Ho ancora dei seri dubbi sul fatto che 2+2 faccia 4: cosa che sembra invece riconosciuta entro i confini noti dell’Universo…
Del pi geco ricordo solo (ma con qualche incertezza) che era un numero periodico
E gia’ ho compiuto uno sforzo sovrumano…
La trigonometria e’ stata uno “schiaffo all’improvviso”: forse anche perche’ la studiavo col mio ragazzo e magari, insieme, non eravamo troppo… trigonometrici
Ecco perche ’ all’Università ho scelto Lettere…

Peraltro, anche Gassmann, non ha fama di essere stato un luminare nell’ambito degli studi scientifici… e’ noto per altre peculiarita’…
E forse non e’ neanche contento di questo gran parlare…
Di questo appellarsi alla geometria (euclidea o non non euclidea che sia)

Come amante della lingua, dell’italiano forbito, delle espressioni letterarie in genere (poesia e prosa) forse, avrebbe dovuto prestare più attenzione…
E’ stato accusato, in questo forum, di:
1. non aver chiarito prima di tutto a se stesso “che cosa” abbia sentito e cosa dunque desiderasse esprimere
2. di non aver avuto cura nello scegliere immagini e parole in modo tale da rendere intelligibile con chiarezza le emozioni o i concetti che costituiscono l’oggetto della nostra volonta’ espressiva

“Po’esse!” secondo la nota espressione adottata nell’Umanesimo da Petrarca in poi… ma, dopo aver militato negli endecasillabi sciolti, nella rime baciate, nelle cesure (pentemimere o eftemimere che siano…) la poesia potrebbe essere (diventata) anche solo un’intuizione… un lampo nel buio… e, in quanto tale, non sottoposta a nessun nomos di intelligibilita’.
In questa accezione la poesia - come un’opera d’arte astratta - potrebbe limitarsi a suggerire, evocare, interagire con l’osservatore: a “farsi” e “disfarsi” in relazione al suo fruitore ed ai suoi stati d’animo…

Alla fine di queste supposizioni e adottando come concetto di “poesia” l’ultima accezione esposta (un’espressione di stati d’animo in continuo divenire e mutamento a seconda dei lettori e dei loro punti di vista) questa mattina, giorno del Signore 21 aprile 2004, alle h. 7,15, nello stato d’animo in cui mi trovo, ipotizzo che:

Gassmann si sente il centro, luogo equidistante da tutti gli altri punti della circonferenza: tale distanza e’ la misura della sua solitudine, posto che la solitudine sia un disagio. Certo esistono i “raggi” su cui si puo’ transitare dal centro alla circonferenza e viceversa: ma, ultimamente non ne fanno piu’ in materiale antisismico e - quindi - la “comunicazione” (il transito) e’ rischioso. Chi passa rischia: una metafora sulla pericolosità delle interrelazioni?!

Che poi la “misura” non sia stata richiesta - come ho letto da qualche parte - apre altri scenari di dibattito e vorrei rivolgere una domanda all’autore dell’affermazione: In fin dei conti, chi ti ha spinto ad argomentare su questioni che non avevi richieste?