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"Pied-a-terre" - Fausta Maria Rigo

a cura di Stefano Caporali

Commento da un'esperienza di "Letture collettive" sul sito Ozoz

Pied-a-terre...c’è questa oscillazione tra passato e presente che sembra voglia chiarire qualcosa: attenzione questa è una cronaca in differita di vita vissuta.

Non abbastanza presente per essere un diario, non troppo passata per essere una memoria.«Faccio questo mestiere da quasi 10 anni. Da qualche tempo, però, nutrivo seri dubbi che potesse essere il genere di occupazione adatto a me».
Oscillazioni. Come quelle tra Emile e Giovanni o tra realtà e metafora.

E proprio il condimento di metafore caratterizza decisamente il romanzo:
«Un insieme di giorni simili a una risma di carta mai usata. Trecentosessantacinque pagine ancora imballate. Il cellophane: il mio fidanzato Giovanni, porto sicuro al riparo dalle tempeste della vita».
Le pagine sono animate da “stracci isterici”, “mastini da borsa ringhianti” ed “esperti di elettronica coprofili”, elementi divertenti e originali che aiutano a ricostruire il profilo complesso e controverso (oscillatorio?) della protagonista.

 

L'aspetto onirico, latente nei primi capitoli, diventa improvvisamente dominante nell'ottavo. La lettura razionale porta immediatamente a considerare l'effetto levitante come la componente di un sogno. La protagonista, come il lettore, se ne convince ed attende paziente che finisca il sonno e porti via l'assurda situazione.
Poi le pagine passano e il sogno rimane, quello che svanisce pian piano è l'illusione di trovarsi fuori dalla realtà, fuori dalla trama.
Inizialmente il prolungarsi del sogno per diversi capitoli è irritante: una divagazione eccessiva, una superflua parentesi onirica.
Poi però si entra nel meccanismo e l'intera vicenda cambia prospettiva assumendo sfumature kafkiane: il risveglio da "metamorfosi" o l'impossibilità di toccare terra come quella di raggiungere "Il castello"; Il ritmo pacato, l’atmosfera di normalità, la reazione controllata dei protagonisti davanti all’assurdo.
L'associazione non è immediata solo perchè qui lo scenario è tutt'altro che drammatico.
Se l'inizio del romanzo è un pò lento, senza indizi su quello che sarà lo sviluppo futuro e lascia il dubbio di trovarsi di fronte alla storia di una vita come tante, il cambio di prospettiva che subentra nel capitolo 8, e soprattutto le divertenti scene che ne seguono (quella della ginnastica da atrio è decisamente affascinante ), rende difficile interrompere la lettura.

Il capitolo 21 è certamente il più significativo della prima parte. Raccoglie i tratti distintivi di questo libro: le belle immagini metaforiche«rovistavo nelle parole dei passant», le allegorie poetiche «né vive né morte né giovani né vecchie erano soltanto un impronta visibile» e l'ironia sdrammatizzante «prenditi un polase».
Come accade spesso nel racconto, qui veniamo a scoprire cose che sembravano date per scontate e che invece, in qualche modo, ci sorprendono, ci spiazzano.
Che l'amore è finito intanto, e nonostante qualche indizio che ora diventa sin troppo chiaro, la notizia ci illumina improvvisamente.
Che Manu sia convinta che sia proprio l'amore la causa del suo levitare. Un'altra nostra svista? Comunque sia questa sua convinzione disillusa dai fatti dà luogo, sempre in questo denso capitolo, al primo vero sfogo della protagonista che lascia liberi i suoi sentimenti da una prigione ben costruita. Quella prigione che l'aveva protetta persino dai sensi di colpa.
Ci accorgiamo che la trama prende una direzione diversa da questo momento fino al vero e propio punto di rottura che giunge poco più avanti, annunciato da un cellulare che da "libero" passa improvviamente a "occupato" o, meglio, "non più raggiungibile": «sul display apparve invece quello di Emile, spensi il cellulare e lo rimisi in tasca.»
Da qui in poi il percorso del libro si snoda in discesa, mettendo in risalto un'apparente trasformazione di Manu. Apparente perchè in realtà il cambiamento è solo la reazione ad una presa di coscienza: non è l'amore a guidare le scelte ma la paura. Una rivelazione che diventa chiara solo nella conclusione del libro, in coerenza con quanto accade durante tutto questo "sentimental-thriller" moderno.

L'egoismo, l'ipocrisia, l'egocentrismo della prima Manu sono meccanismi di protezione dalla paura nell'illusione che la ricerca dell'amore possa giustificare tutto. Quando l'illusione cade, con lei svaniscono anche le barriere e si rimane alla mercè di una paura che va combattuta nell'unico modo possibile: il coraggio di affrontarla a viso aperto.


Ci sono dei filoni nascosti nel tessuto narrativo. Una sorta di fiumi sotterranei che accompagnano la protagonista e la sua storia affiorando sporadicamente in superifcie.

Uno è quello del rapporto genitori-figlia che si manifesta nel suo aspetto controverso, contorto, fortemente consueto. Impariamo a conoscere le figure del padre e della madre dagli occhi delusi di una bambina per poi vedere spesso queste immagini stravolte da una visione da tutt'altra prospettiva.

Un altro è quello dell'autobiografia. Difficile infatti non riconoscere alcuni tratti caratteristici della storia dell'autrice in quella della protagonista. Altrettanto difficile è però capire dove le due si discostano. Certo nella levitazione (speriamo!) ma quanto di Manu vi sia nella Rigo non è chiaro.

Con un ritratto così poco lusinghiero, come quello della prima parte del libro, si fa fatica a immaginare una corrispondenza stretta tra le due donne. Si dovrebbe riconoscere all'autrice una capacità di autocritica e di cofessione pubblica che ci crea un grande imbarazzo sed confrontata all'idea di Manu che ci siamo costruiti. In soccorso ci viene la riabilitazione, parziale, di Manu nel finale.

 

Ma è impossibile imbrigliare questo libro in poche interpretazioni. C'è una tale quantita di spunti psicologici da rischiare di perdere completamente di vista un contesto per tentaare di analizzarne a fondo un altro.
Meglio godersi la visione d'insieme molto efficace in quasi tutte le pagine.
E' forse il fanale a lasciare più perplessi...