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L’evoluzione della specie umana – Limiti e prestazioni
del cervello
Una
forza cieca e brutale, che non guarda alla morte,
nè alla
vita, trascina con sè ogni giorno quasi tutto ciò che
vive sulla Terra: è l’evoluzione genetica delle specie.
“ Quasi” tutto significa tutto tranne la specie Homo sapiens. Non
che questa anomalia possa essere considerata motivo di vanto: essa comporta più problemi
che vantaggi.
Ma iniziamo dall’inizio ...
Evoluzione genetica è una espressione che si riferisce ad un fenomeno
articolato e complesso, sebbene abbastanza intuitivo. In termini grossolani
si tratta di una corsa di ogni individuo (non della specie) a propagare il
più possibile il proprio specifico patrimonio genetico rispetto ai patrimoni
genetici degli altri individui della stessa specie. In termini semplici, per
ottenere ciò occorre riprodursi il maggior numero di volte possibile
e dare vita ad una discendenza che, a propria volta, sia capace di riprodursi
più della concorrenza. Se a questa gara senza pietà si aggiunge
l’idea che, quando ci si riproduce, il patrimonio genetico non viene
trasmesso così com’è, ma subisce dei cambiamenti casuali
e che, quindi, di generazione in generazione le specie subiscono complessivamente
a loro volta un cambiamento, si ha un primo quadro (abbastanza verosimile)
di cosa sia l’evoluzione.
È importante sottolineare che l’intero meccanismo dell’evoluzione
genetica si basa su almeno due capisaldi indispensabili: (a) il verificarsi di
mutazioni casuali e (b) il sussistere di una forma di selezione ossia di condizioni
ambientali che non consentano a tutti gli individui di giungere a riprodursi
con la stessa facilità ed efficacia.
Il primo caposaldo dell’evoluzione è dunque il modificarsi del
patrimonio genetico degli individui che al momento della riproduzione non viene
trasmesso identicamente alla prole, bensì subisce delle variazioni casuali.
Le variazioni, usualmente definite mutazioni, non sono necessariamente utili
e benefiche; anzi, ogni variazione che si verifica, proprio in quanto casuale,
ha in effetti assai alte probabilità di essere pericolosa o dannosa
e di provocare una diminuzione nella capacità di competere nella lotta
per le risorse.
Spesso le singole variazioni del patrimonio genetico hanno effetti di portata
limitata (arti un poco più lunghi o più corti, occhi di colore
diverso, unghie che crescono più o meno velocemente, ecc.), ma nel corso
delle generazioni possono accumularsi e sommarsi mutazioni successive che generano
quindi effetti più vistosi e significativi. Quando gli effetti concreti
divengono importanti ai fini della capacità di competere per le risorse,
gli individui che ne sono portatori possono averne vantaggi (diventando capaci
di sottrarre risorse preziose ad altri individui e quindi diminuendone la probabilità di
giungere a riprodursi) oppure svantaggi (e venire a loro volta eliminati dalla
lotta).
Il secondo caposaldo dell’evoluzione genetica è costituito dalla
selezione naturale.
Selezione è un termine che indica l’eliminazione di qualcosa e
la conservazione di qualcos’altro. Il senso di questo termine viene spesso
compreso in modo impreciso. L’idea popolare è che ciò che
viene selezionato siano le specie. Ma non è questa l’interpretazione
più esatta. Il concetto di selezione si riferisce non agli individui
o alle specie, bensì al patrimonio genetico. In altri termini, sono
le caratteristiche genetiche quelle che vengono selezionate (ovvero trasmesse
oppure eliminate) a seconda che esse si rivelino più o meno vantaggiose
nella lotta per giungere a riprodursi.
La selezione è la conseguenza di un filtro basato sulla capacità riproduttiva
che viene imposto agli individui di ogni specie. Con l’espressione “capacità riproduttiva” intendiamo
l’efficacia complessiva dei processi riproduttivi. Se un certo individuo,
nel corso della sua vita, si riproduce 10 volte generando ogni volta un milione
di figli, ma dei dieci milioni complessivi uno solo ne sopravvive fino a potersi
a sua volta riprodurre, allora la capacità riproduttiva è molto
bassa. Se invece un individuo genera solo 4 figli per volta e si riproduce
solo 5 volte nel corso della vita, ma dei 20 figli complessivi la metà giungono
a potersi a riprodurre, la sua capacità riproduttiva è 10 volte
maggiore che nel caso precedente.
Proprio come capita con qualsiasi altro filtro, anche quello basato sulla capacità riproduttiva
può essere più o meno efficace a seconda di come è tarato.
Come esempio pensate ad una maschera antigas o ad un altro analogo oggetto
protettivo. Anche una maschera antigas è un filtro: il suo scopo è lasciar
passare alcune cose (per esempio l’aria), ma bloccarne altre (virus,
batteri o certe sostanze tossiche). L’efficacia della maschera antigas
si basa (grossolanamente) sulla presenza di un diaframma il quale presenta
numerosi piccoli buchi “opportunamente tarati” ossia dotati di
dimensioni appropriate. Se cambiate il modo in cui il filtro è tarato
(modificate le dimensioni dei buchi) anche l’efficacia del filtro viene
modificata. Al limite, se i buchi sono molto grandi il filtro diviene inefficace
in quanto permette il passaggio di qualsiasi cosa (magari anche qualche insetto
o uccellino). D’altro canto, se i buchi sono troppo piccoli il filtro
non permette neppure il passaggio dell’aria e quindi di nuovo viene meno
la capacità di assolvere al suo scopo primario.
Anche il filtro basato sulle differenti capacità riproduttive ha conseguenze
diverse a seconda di come è tarato. Se è troppo lasco (ciò avviene
quando l’ambiente è così amichevole che tutti gli individui
riescono senza problemi a riprodursi pienamente) non c’è selezione
naturale, ossia nessuna mutazione genetica viene eliminata e tutte sopravvivono.
Se invece il filtro ha “buchi troppo piccoli” (l’ambiente è così ostile
che neppure gli individui migliori riescono a riprodursi) la specie, più o
meno gradualmente, si estingue.
Quando infine il filtro ha un’efficacia intermedia gli individui portatori
di mutazioni utili riescono a riprodursi meglio degli altri, la loro discendenza
si diffonde e finisce per determinare, alla lunga, come muteranno le caratteristiche
della specie.
Questo discorso ci porta ad un problema di grande importanza: perchè quando
si verifica una mutazione utile in un individuo essa viene adottata da tutta
la specie? Perchè non si generano nuove specie separate e diverse ad
ogni nuova mutazione di singoli individui?
Sicuramente il verificarsi di successive mutazioni dovrebbe portare ad una
progressiva dispersione delle caratteristiche genetiche ed al generarsi di
crescenti differenze tra i diversi individui e gruppi di una stessa specie.
Inoltre, dato che le mutazioni sono casuali (e pertanto molto frequentemente
nocive) si dovrebbe assistere in media ad un graduale peggioramento del patrimonio
genetico medio di ogni specie a mano a mano che si vanno ad accumulare successive
mutazioni.
In effetti, in un certo senso, è proprio questo che si verifica. Dato
che porta con sè le sue proprie specifiche mutazioni, dal punto di vista
del patrimonio genetico ogni individuo, pur all’interno della stessa
specie, è differente dagli altri. Ma poichè le singole mutazioni
hanno usualmente piccoli effetti esse non alterano in modo significativo (nel
breve periodo) la sostanziale similarità tra i vari individui. Le cose
diventano del tutto diverse se valutate su periodi sufficientemente lunghi.
Tuttavia esistono almeno due fattori che tendono ad opporsi alla spontanea
deriva del corredo genetico dei singoli individui: il rimescolamento genico
(dovuto alla riproduzione sessuata) e l’effetto della selezione naturale.
Il primo fattore è facilmente comprensibile: la riproduzione sessuata
tende a mescolare nella prole i caratteri provenienti dai genitori riducendo
così la diversità.
Il secondo fattore permette di conservarsi solo a quei caratteri genetici che
sono ottimali per la nicchia ecologica occupata dalla specie e, facendo ciò,
elimina gran parte dei caratteri diversi o addirittura degradati.
Complessivamente gli effetti combinati del rimescolamento genico e della pressione
ambientale contribuiscono a conservare una certa affinità genetica tra
individui cospecifici. Viceversa, in assenza di rimescolamento genico e di
efficaci vincoli ambientali, le differenze tra individui sono libere di crescere
ed il patrimonio genetico complessivo della specie tende a degradarsi.
L’influenza dei vincoli ambientali ha una importanza decisiva nel mantenere
il patrimonio genetico delle specie omogeneo e nel conservarne il livello di
qualità. Desidero precisare, onde evitare equivoci ed infondate accuse
di razzismo, che non intendo in alcun modo sottintendere che esistano in senso
assoluto geni “di qualità” e geni “scadenti”.
Sono convintissimo che nessun gene sia definitivamente migliore o peggiore;
e questo vale tanto nella comparazione tra i geni dei diversi individui della
specie umana, quanto nella comparazione tra geni di specie differenti (i geni
dell’Uomo non sono senz’altro superiori o inferiori a quelli dell’ameba).
In ambedue i casi nessuna comparazione può essere fatta e ciò per
la semplice ragione che non esiste alcuna scala di valori assoluta rispetto
alla quale eseguire la comparazione.
Tuttavia esistono geni che, pur non essendo in assoluto “migliori”,
risultano più utili nel favorire la sopravvivenza (o la soddisfazione
degli istinti primari o altro) in un dato specifico ambiente, mentre altri
geni sono meno utili o addirittura nocivi.
Dieci milioni di anni fa, gli antenati di Homo sapiens portavano un corredo
genetico la cui utilità veniva messa quotidianamente alla prova dalla
lotta per la sopravvivenza e questo era ancora vero anche 3 milioni di anni
fa. Ma un bel giorno i nostri predecessori impararono a costruire utensìli
dapprima rozzi, poi sempre più raffinati ed efficaci. Da quel momento
in poi i nostri geni dovettero affrontare una piccola sfida in meno poichè gli
utensìli surrogavano le minori capacità fisiche. Naturalmente
la potenziale e graduale perdita di competitività fisica in realtà veniva
compensata dalla necessità di maggior evoluzione cerebrale correlata
al nostro sviluppo culturale.
Ma un po’ alla volta gli strumenti tecnologici si sono ancora raffinati
e, già da secoli, la capacità di Homo sapiens di modificare l’ambiente
a proprio vantaggio ha ridotto drasticamente la pressione selettiva che agisce
sulla specie umana. Capacità come la resistenza al freddo o la capacità di
correre lungamente e velocemente hanno progressivamente perso la loro utilità (ai
fini riproduttivi). In media l’essere umano si riproduce tranquillamente
anche se non è un grande corridore e questo per il banale motivo che
non ha più un bisogno assoluto di fare affidamento sulla corsa per sottrarsi
alle belve o per andare a caccia.
Le modifiche nello stile di vita di Homo sapiens sono innumerevoli e così onnipresenti
che è davvero difficile capire quali e quanti siano i vincoli la cui
azione sull’Uomo è cessata o si è significativamente ridotta.
L’agricoltura che ha ridotto drasticamente la necessità di cacciare,
l’uso di capanni, tende e case che ha ridotto l’esposizione alle
intemperie ed all’irradiazione solare; la disponibilità di medicinali
e rimedi naturali, la creazione di società con enormi numeri di individui
(che è possibile sostenere solo grazie ai progressi tecnologici), la
creazione dei vestiti, ecc. sono solo pochi esempi di un equilibrio che è cambiato
sottraendo l’uomo a molti dei vincoli che ne rendevano difficile il raggiungimento
dell’età riproduttiva.
Naturalmente non voglio semplificare troppo: non tutte le popolazioni hanno
lo stesso stile di vita e non tutti i vincoli sono caduti: ancora oggi un bambino
che nasca bicefalo o anche semplicemente affetto da mongolismo avrà ben
poche possibilità di giungere a trasmettere il proprio corredo genetico.
Tuttavia credo non vi siano dubbi che nel complesso stiamo andando rapidamente
verso un mondo in cui la selezione naturale si farà sempre meno efficace
nei confronti della specie umana.
Il venir meno della pressione selettiva però è l’anticamera
della dispersione e del degrado del corredo genetico.
Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà il nostro ambiente indirizza
ancora l’evoluzione di Homo sapiens e lo fa in particolare favorendo
lo sviluppo delle facoltà cerebrali. Io personalmente sono convinto
che ciò non sia vero. Al momento attuale non mi risulta esista alcuna
correlazione positiva tra capacità riproduttiva e capacità cerebrale.
In altri termini gli individui più dotati intellettivamente non si riproducono
più degli altri. E ciò significa che non vi è evoluzione
della specie in tale senso.
Quanto tempo abbiamo prima che Homo sapiens inizi a subire le conseguenze della
civiltà protettiva che lo avvolge? Credo che nessuno sia attualmente
in grado di dirlo con precisione: normalmente il cammino evolutivo delle specie è estremamente
lento, ma questa lentezza è almeno in parte il frutto della estrema
rarità delle mutazioni utili. Invece le variazioni dannose sono di gran
lunga più probabili. Tra l’altro la frequenza delle mutazioni
potrebbe anche essere accresciuta dalla presenza nell’ambiente di sostanze
sintetiche prodotte dall’uomo e dotate di effetti mutageni.
È ragionevole pensare che il processo involutivo sia già iniziato
da molto, dato che ormai da molto l’uomo ha iniziato ad erodere i vincoli
ambientali che determinano la pressione selettiva. Archi e freccie probabilmente
non sono armi raffinate come i missili intercontinentali a testata nucleare,
ma indubbiamente erano già sufficienti a mettere l’uomo in una posizione
di grande vantaggio nella lotta per la sopravvivenza e lo stesso potrebbe dirsi
dell’uso di vestiti o delle capacità di controllare il fuoco e lavorare
il legno, la pietra ed i metalli.
Sebbene questa visione prospettica ci sfugga e sfugga ad una quantificazione
precisa, appare piuttosto sensata l’ipotesi che già oggi la specie
umana abbia percorso una parte della la strada del regresso evolutivo.
Ma è proprio possibile che Homo sapiens sia irrimediabilmente incamminato
verso il degrado del proprio corredo genetico? Per provare a riflettere su
questo problema occorrerebbero troppe pagine e dovremmo occuparci anche dell’evoluzione
tecnologica, culturale e sociale.
In linea di massima dirò che, secondo me, i termini della questione
andrebbero posti diversamente: dire, come abbiamo fatto finora, che la specie
Homo sapiens si degrada rende bene l’idea di ciò che accade, ma
non è una espressione esatta. In realtà Homo sapiens più che
degradarsi si adatta al nuovo ambiente che, peraltro, l’uomo stesso è parzialmente
in grado di modificare e controllare. Già oggi noi siamo probabilmente
più gracilini e delicati dei nostri antenati, però per l’ambiente
in cui viviamo va bene così.
In un perverso circolo di effetti che si influenzano reciprocamente la tecnologia
favorisce la sopravvivenza di individui meno dotati consentendo loro di raggiungere
e varcare la soglia della capacità riproduttiva; la cultura e l’etica
si adattano ai nuovi parametri (per esempio facilitando la possibilità di
riprodursi per donne di età avanzata o per individui malati o altro)
ed il patrimonio genetico si indebolisce ulteriormente provocando a sua volta
l’esigenza di indirizzare ulteriori studi e risorse verso quelle tecnologie
che sono volte a compensare le minorità ed a sostenere la vita umana.
Come effetto collaterale di questo circolo vizioso la popolazione umana può crescere
a dismisura, ben al di là di quella che sarebbe la propria capacità naturale
(biologicamente innata) di trovare e sfruttare le risorse per il proprio sostentamento,
e le risorse del pianeta si avviano gradualmente verso l’esaurimento.
Sebbene l’Uomo non lo abbia ancora compreso, oggi è già troppo
tardi per fare scelte etiche che si oppongano alla manipolazione genetica della
specie umana: se vogliamo avere contemporaneamente un guscio sufficientemente
confortevole, ma evitare che ciò consenta al nostro corredo genetico
di degenerare, faremmo bene sin d’ora a cominciare a studiare i modi
migliori per svolgere il lavoro che la natura non svolge più: tenere
sotto controllo i nostri geni.
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