SESSION: - Discussioni

Sulla chimica del piacere

The Jag

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A proposito del piacere nel guardare un'opera d'arte:

"Nell'esperienza artistica si possono distinguere, forse con eccesso di schematicita', due stadi. Un primo stadio e' caratterizzato dal desiderio e dall'eccitazione di esperire un'opera d'arte, visitare un museo, sentire un concerto.
Un secondo stadio, che segue la fine dell'esperienza, e' caratterizzato da una sorta di stato di grazia, di quiete spirituale, da sensazioni ed emozioni che chiamiamo il piacere dell'esperienza artistica o piacere estetico [...]

Si potrebbe fare l'ipotesi affascinante che il primo stadio, quello di eccitazione, derivi da un'attivazione dei cosiddetti centri del piacere nell'ipotalamo laterale o di qualche parte del lombo limbico. Questi centri potrebbero essere attivati da un'esperienza artistica, come ad esempio dalla visione di un'opera d'arte e dalle espressioni culturali che essa richiama alla memoria.
Va ricordato che i mediatori chimici coinvolti nella regolazione e nel controllo dei centri del piacere (come le catecolamine) partecipano anche all'attivazione generale della corteccia, al cosiddetto fenomeno dell'arousal; arousal significa risveglio, aumento dell'attenzione e, in questo caso, dell'interesse del soggetto.
In senso neurofisiologico, arousal significa eccitazione diffusa di tutta la neurocorteccia, che in conseguenza di cio' diviene ancora piu' recettiva alle esperienze sensoriali.

Il secondo stadio dell'esperienza estetica, quello della soddisfazione, potrebbe essere dovuto alla produzione delle endorfine, cui conseguirebbe il senso di piacere e di quiete: insomma, un piccolo orgasmo estetico. co stadi consimili di eccitazione e rilassamento. Bisogna pero' dire che il piacere che segue l'esperienza estetica non e' mai, come dicono gli psicologi, una piccola "mors post coitum"; rimane un piacere creativo, pieno di pensieri e di desideri."

[da "Arte e cervello" Lamberto Maffei ed Adriana Fiorentini]

Che pensate di queste teorie?

L’amore ed il piacere sono sentimenti irrazionali o pure attivita’ chimiche?

E se e’ vera quest’ultima, come cambia la nostra vita?

Autore

la sollecitazione dell’ineffabile fulvio lanna mi pare di quelle che non possono esser lasciate cadere senza un adeguato commento.

non vi è dubbio che quanto il maffei e la fiorentini scrivono sia, non solo perfettamente corrispondente a quanto indica la ricerca neurobiologica, ma probabilmente anche piuttosto limitativo rispetto a questa.

in realtà a mano a mano che procede la ricerca scientifica ed aumentano le nostre conoscienze riguardo ai meccanismi cerebrali diviene sempre più chiaro come l’intera attività cerebrale umana (e quindi tanto le facoltà razionali, quanto quelle sensoriali e la vita emotiva) siano riconducibili in ultima analisi alla semplice attività elettro-chimica dei neuroni ed alla attivazione di circuiti neuronali mediante l’appropriata creazione/inibizione di specifici neurotrasmettitori in particolari zone del cervello

volendo dire la stessa cosa in modo più semplice potremmo affermare che l’amore, il dolore o (come si dice nel libro citato) l’esperienza estetica stimolata da un bel quadro o da un magnifico paesaggio null’altro sono che un insieme di molecoline che si agitano, si spostano, si mescolano, si abbracciano e si scambiano tra loro pezzettini in una danza frenetica dove la specifica coreografia corrisponde ad un particolare sentimento o ad un altro.

senza dubbio la complessità di questa danza è grande e senza dubbio molto resta ancora da scoprire sugli specifici meccanismi e le specifiche “coreografie”, ma non cambia il messaggio finale: la vita emotiva NON trascende la realtà chimico fisica ed anzi è solo una manifestazione di quest’ultima.

cosa cambia nella nostra vita una volta compreso fino in fondo questo messaggio? secondo me in linea di massima nulla, almeno in senso negativo. anzi, forse le cose cambiano addirittura in meglio.

per spiegarmi ricorrerò ad un esempio. pensiamo dunque a come vede la musica un direttore d’orchestra: senz’altro egli è in grado di riconoscere ed apprezzare elementi tecnici che alla massa sostanzialmente sfuggono. in altri termini egli riconosce i “meccanismi interni” dell’edificio musicale. ora chiediamoci: questa conoscienza riduce forse la sua capacità di godere emotivamente la bellezza complessiva dell’opera musicale? ovviamente no.

la conoscenza intellettiva ed il godimento emotivo procedono su due piani ampiamente, se non del tutto, indipendenti. inoltre in molti casi la conoscenza intellettiva non riduce, bensì rafforza il godimento emotivo.

in conclusione occorre senz’altro arrendersi all’evidenza che l’essere umano non è al di fuori o addirittura al di sopra della volgare materia, ma non per questo quando di notte vedremo una magnifica luna illuminare un paesaggio che pare palpitare come fosse vivo dovremo voltare freddamente le spalle pensando tra noi che “in fondo si tratta solo di poche molecole che vengono eccitate nella corteccia visiva e scatenano qualche processo nel sistema limbico!”.

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E' ancora oggetto di ampi dibattiti l'idea "riduzionistica" per cui le leggi che governano un livello di complessità sono legate a quelle del livello immediatamente inferiore; per intenderci che le emozioni siano ricostruibili dai meccanismi molecolari.
Giorgio mi sembra sulla linea del premio Nobel Steven Weinberg per il quale la visione "riduzionista" è del tutto impersonale e va accettata così com'è, non perchè piace a qualcuno, ma perchè è così che il mondo funziona.
Tuttavia non tutti sono d'accordo. Ad esempio nella teoria del chaos si ipotizza che nuove leggi subentrano al crescere del livello di complessità di un sistema.
Tornando alla prima visione va considerato che, se anche fosse quella giusta, la crescita del livello di complessità, pur non cambiando le leggi, richiede un tale incremento delle "capacità elaborative" per tener conto di tutte le condizioni al contorno, da rendere di fatto impossibile qualunque tipo di spiegazione esaustiva di un fenomeno a partire dall'analisi del comportamento degli atomi che ne prendono parte. Come ben sintetizzato da Brian Greene è difficile immaginare di poter chiarire le proprietà di un tornado in termini di fisica delle particelle elementari.
Allora se anche il mondo fosse governato dalla visione riduzionista non sarebbe possibile "esaurire" in modo scientifico il concetto di emozione e il loro funzionamento se non con capacità di calcolo fuori dalla portata umana.
La questione potrebbe essere se mai si arriverà ad avere capacità computazionali utili allo scopo.

Sul fatto che una conoscenza più approfondita di un fenomeno non alteri o al più rafforzi il godimento emotivo, ho invece qualche perplessità in più: mangiato mai i rigatoni con la pajata mentre la preparano?

Autore

interessante come sempre il commento di Stefano.
ma, mi pare, un pochino viziato dall'anelito tipico di homo sapiens a voler considerare la complessità umana come indizio di superiorità rispetto alla volgare materia.

nel caso specifico conosco bene le posizioni di quanti sostengono (ma in prospettiva questi diminuiscono di numero progressivamente) che al crescere della complessità si introducono nuovi livelli "funzionali" le cui caratteristiche non possono essere semplicemente ricondotte alla somma delle caratteristiche presenti ai livelli inferiori.

tuttavia questa posizione costituisce solo un vuoto giro di parole teso ad ingannare le menti e ad appagare il desiderio di unicità-superiorità.

perchè dico questo?

perchè la (ipotetica) introduzione di ulteriori livelli di complessità non elimina affatto la riconducibilità del comportamento umano (o di qualsiasi altro fenomeno complesso) ad un insieme di leggi e regole universali e legate intrisecamente al comportamento della volgare materia. si tratta solo di usare delle leggi che descrivano appropriatamente gli specifici livelli interessati.

ben diverso sarebbe se (ma nessuno scienziato serio si azzarda ad affermare ciò) l'introduzione di più livelli di complessità costituisse un impedimento qualitativo assoluto per qualsiasi descrizione basata sulle usuali leggi della matematica, della fisica o di eventuali altre scienze. se, in altri termini la materia, raggiunto un certo livello di complessità, acquisisse delle proprietà che intrinsecamente trascendono la materia stessa e tali da rendere indispensabile un diverso modo di raggiungerne la comprensione (per esempio mediante un approccio spirituale).

la complessità invece non introduce differenze qualitative, ma solo quantitative.

so che taluni sostengono che i livelli di complessità successivi sono tali da corrispondere a differenze qualitative, ma ancora una volta si tratta di un inganno. il punto non è, infatti, quale linguaggio scientifico (e quanto complesso) si adatti meglio a descrivere l'uomo e la sua sfera emotiva. non è un problema accettare che il linguaggio della fisica delle particelle elementari sia un linguaggio troppo scarno per descrivere le emozioni in modo utile. nè che la capacità computazionale eventualmente necessaria possa essere enorme.

se vogliamo una descizione maneggevole occorrerà senz'altro usare un linguaggio più adeguato, per esempio quello della neurochimica o quello della psicologia o altro (al limite anche il linguaggio di qualche nuova scienza ancora da inventare). ma questi linguaggi a loro volta saranno sempre riconducibili l'uno all'altro e le leggi ultime rimarranno le stesse.

è un po' quello che accade con i programmi per computer: descrivere le funzioni di windows usando il linguaggio macchina è possibile, ma è troppo complicato per avere qualsiasi utilità nella vita quotidiana ed anche nella stragrande maggioranza delle applicazioni degli informatici. le funzioni di windows vengono invece descritte usualmente basandosi sulla terminologia tipica dei macroelementi che lo compongono. ma ciò non toglie che ogni macroelemento sia fondato in modo ineludibile alla fine proprio sul linguaggio macchina.

d'altronde, se così non fosse, significherebbe che nessun linguaggio "scientifico" (ossia legato alla predicibilità e riproducibilità dei fenomeni) è in grado di descrivere l'uomo e quindi significherebbe che il comportamento umano non presenta delle "regolarità" sufficienti da applicare ad esso il metodo scientifico e ciò, a sua colta implecherebbe il crollo anche di ogni approccio "di alto livello" tipo quello della psicologia nonchè il crollo di ogni possibile valutazione del comportamento umano stesso. non sarebbe più possibile distinguere cause ed effetti, nè comportamenti devianti e normali. la soggettività diverrebbe regina della vita umana e l'uomo stesso si porrebbe completamente al di fuori del normale evolversi dell'universo.

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ho da anni un libro di Bertrand Russell che si intitola: “La relativita’ spiegata con le 4 operazioni”.

Un libro di straordinaria capacita’ divulgativa che porta a conoscenza del volgo una materia tanto complessa con gli strumenti elementari della matematica (+ - : x).

Il fatto che la materia relativistica sia complessa non nega la validita’ dei mattoncini basilari che noi utilizziamo: le 4 operazioni; infatti servono per spiegarla.

Mi trovo percio’ in totale accordo con Giorgio per quanto riguarda la discussione che si sta intrattenendo.

Vorrei aggiungere delle osservazioni su alcuni aspetti, diciamo, collaterali.

La complessita’ di quanto i nostri cervelli siano in grado di fare, e’ spesso generata dagli strati culturali che nella nostra vita andiamo mettendoci sopra.

Sono rappresentati da tutti quei linguaggi interfaccia tra il linguaggio-macchina (gli scambi elettro-chimici) ed il linguaggio “esterno” utilizzato nella quotidianita’.

Questi linguaggi sono complessi e possono riconoscersi, ad esempio, nei segni, negli atteggiamenti, nei pregiudizi. Quanto piu’ abbiamo ricevuto “input” culturali, tanto piu’ va affinandosi la qualita’ dei nostri linguaggi interfaccia ed esterni.

Cio’ non toglie che la persona semplice e quella raffinata utilizzino invece lo stesso meccanismo elaborativo di base: la connessione intercellulare sinaptica.

Cio’ detto, credo e sostengo che tutte le nostre attivita’ (simpatia, odio, amore, indifferenza, ecc…) siano determinate dai due fattori base: la qualita’/quantita’ delle connessioni cerebrali e le modifiche culturali alle quali siamo stati sottoposti dalla nascita.

Chi mi sa dire perche’ una persona e’ simpatica o perche’ un’altra ci fa innamorare? (Io lo so e per questo frequento ancora il JAG…)

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Non c'è che dire: Lamberto Maffei e Adriana Fiorentini ci "indorano la pillola". Nel loro saggio

da un indicativo, modo della certezza, («Nell'esperienza artistica si possono [...]Un secondo stadio è caratterizzato...») passano al condizionale («Si potrebbe fare l'ipotesi [... ] Il secondo stadio dell'esperienza estetica, potrebbe essere dovuto...») modo dell'eventualità.

Giorgio, invece, toglie ogni speranza agli ultimi vati dell'eterea spiritualità idealista/tardo-romantica inchiodandoli al fatto che «... a mano a mano che procede la ricerca scientifica ed aumentano le nostre conoscenze riguardo ai meccanismi cerebrali diviene sempre più chiaro come l'intera attività cerebrale umana (e quindi tanto le facoltà razionali, quanto quelle sensoriali e la vita emotiva) sia riconducibile in ultima analisi alla semplice attività elettro-chimica dei neuroni ed alla attivazione di circuiti neuronali mediante l'appropriata creazione/inibizione di specifici neurotrasmettitori in particolari zone del cervello...»

Temo sia inutile (anche se mi piacerebbe!) opporsi alle tesi di Giorgio dato che è insensato e anacronistico contraddire i risultati delle ricerche scientifiche: se sarà dimostrato in modo sempre più inconfutabile che la vita emotiva è una manifestazione della realtà chimico fisica, "è naja": non si può far altro che accettare la realtà sì scientifica ma anche cruda e dura....

Questo, però, ci creerà non poche complicazioni....

Già ammettere che il cuore non sia più la sede deputata ai sentimenti è di per sé destabilizzante: secoli di convinzioni costretti nella categoria "Certezze di Civiltà Passate"!

E, tanto per cominciare, si dovrebbe rivedere la terminologia poetica e letteraria in genere. «A cor gentil amor ratto s'apprende...» diventerebbe ormai solo la testimonianza di un passato obsoleto e... dai!... a cercare altre rime con "cervello", "neuroni", "ipotalamo" e con tutte le parti coinvolte nella produzione chimica di emozioni al posto dell'abusato "amore"... "cuore"... "fiore"...

Una volta ammessa la dura realtà dovremo cominciare a prefigurare scenari a medio o a lungo termine (per me) apocalittici....

Capito il meccanismo, le reazioni chimiche coinvolte ecc. ecc., in un mondo futuribile si potranno trovare rimedi farmacologici:

«Dottore, sono innamorato! Cosa posso prendere?»

«Non si preoccupi: 10 gocce di Indifferentix prima dei pasti principali e tutto passa!!!!»

O, al contrario, si potrebbero inoculare sentimenti ed emozioni:
« Dottore, vorrei tanto innamorarmi di quella racchiona, ricca ereditiera...
« Non si preoccupi: 10 gocce di Spasimantex prima dei pasti principali e tutto nasce!!!!»

Ricreando chimicamente l'emozione o il sentimento in laboratori sofisticati si potrebbero predisporre vaccini....

Ed ecco l'Apocalisse: accanto ad applicazioni positive (in fin dei conti, la fissione nucleare non poteva essere utilizzata solo a scopi pacifici?), in un mondo dove vige - come sempre - la legge del più forte, ci saranno Stati egemoni che ridurranno altri a schiavitù emotive: popolazioni in preda alla paura, popolazioni impastate d'odio, popolazioni senza sentimenti, secondo le necessità del momento....

Sconfortata da queste riflessioni ho cominciato a leggere l'intervento di Stefano ed ecco che un vago barlume si è acceso! Stefano, infatti, lascia uno spiraglio: «Allora se anche il mondo fosse governato dalla visione riduzionista non sarebbe possibile "esaurire" in modo scientifico il concetto di emozione e il loro funzionamento se non con capacità di calcolo fuori dalla portata umana....»


Mi è parso così di capire (pur lasciando sempre il beneficio del dubbio essendo io - come è noto - uno spirito "non-scientifico") che sin quando non si raggiungerà questa "capacità di calcolo" attualmente "fuori dalla capacità umana" possiamo godere di una certa tranquillità...

Per il presente, intanto, quando mangerò i rigatoni con la pajata eviterò di immaginare come sono stati preparati: me li gusterò soltanto; e "quando di notte vedrò una magnifica luna illuminare un paesaggio che pare palpitare come fosse vivo" non starò a interrogarmi sull'origine delle mie emozioni, ma guarderò in religioso silenzio.

Perché una cosa è sicura: chimica o no, comunque stiano le cose, non ho la minima intenzione di rinunciare a un bene sempre più raro: le emozioni e i sentimenti!

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L'intervento di Sugar mi sembra il più centrato e chiaro sul tema. Mi ero spaventato dalla lunghezza del testo che invece ho trovato godibilissimo al punto da suggerire a Marianna di utilizzare le idee introdotte per il racconto "Quale futuro": la farmacia che vende l'idifferentix non può mancare in un futuro come quello immaginato da Fulvio!
Le paure sintetizzate da Marianna credo dovrebbero appartenere a tutti.

Tornando al tema la mia posizione era quella per cui la complessità di calcolo rendeva impossibile l'"esaurire" la conoscenza emotiva e non posso essere d'accordo con l'affermazione di Giorgio:
" non è un problema accettare che il linguaggio della fisica delle particelle elementari sia un linguaggio troppo scarno per descrivere le emozioni in modo utile. nè che la capacità computazionale eventualmente necessaria possa essere enorme. "
Perchè invece è proprio quest'ultima capacità il punto! Infatti la mia posizione è in linea con quella di Giorgio ma resto dell'idea che la complessità del "Linguaggio" per descrivere ogni cosa è e resterà troppo elevata per dare risposte significative in tempi accettabili.
E siamo poi sicuri che questo linguaggio, una volta individuato, non ricada nel teorema di indecidibilità di Godel?
L'esempio di Windows poi mi sembra proprio a mio supporto: già a questo livello di complessità (veramente marginale rispetto a quella di cui parliamo) i programmatori non riescono ad avere un sistema stabile perchè sono troppe le interconnessioni che agiscono a livello macro tra elementi micro.

Per quanto riguarda Fulvio credo che si riferisca al libro "ABC of relativity" forse tradotto in modo un pò pittoresco in italiano. L'autore infatti dice "Many of the new ideas can be expressed in non-mathematical language, but they are none the less difficult to account" che è molto diverso dal dire che la teoria della relatività possa essere espressa compiutamente con le sole quattro operazioni. Si tratta solo di semplificazioni divulgative.
Sul tema delle inferenze dell'ambiente sullo sviluppo umano credo invece che si dovrebbe aprire un altro tavolo.

Altro punto per Sugar: ha risposto all'unica vera domanda del mio intervento, quella sulla Pajata! E non era così goliardica.

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Cari jaggers, le vostre dissertazioni sono forse troppo "complesse" per i miei meccanismi neuronali "elementari". Eppure, qualche neurotrasmettitore impertinente, non ancora del tutto inibito da calcio, telenovelas e tg vari (che ahimé, trascendono ogni mio controllo!), mi suggerisce la stessa domanda di Fulvio: in base a quale legge matematico-chimico-fisica ciascuno di noi reagisce in modo diverso alla stessa sollecitazione sensoriale? Se tutto si può spiegare con la logica, la scienza e la razionalità (e se è vera la regola base di ogni teoria scientifica, e cioè che applicando una legge nota allo stesso insieme di dati, il risultato è certo e determinato), perdurando la nostra incapacità di controllo, dovremmo concludere che:
a) non esistono due insiemi di dati (leggi esseri umani) perfettamente identici su cui testare la legge nota
b) non esiste la legge (o tale legge, seppure esiste, non è nota)

Per quanto riguarda il primo punto, credo che il "problema" sia già stato risolto. Restano solo alcuni dettagli burocratico-legislativi, che comunque si risolveranno a breve, semmai con qualche referendum "per la difesa della libertà" (chissà perché anche quando si commettono i crimini più efferati si sente sempre il bisogno di giustificarli sventolando la bandiera della libertà...)
Per quanto riguarda il secondo, mi sembra di capire che sia solo questione di tempo: prima o poi qualche ultra-mega-chip ci spiegherà il mistero della materia inanimata (oops, che ho detto! anima!) che svela la materia pensante...

PS: ma almeno è buona 'sta pajata?

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caspita! in effetti c’è da rimanere stupiti per il numero consistente di interventi semi-festivi.

in particolare mi è parso davvero simpatico quello di anna maria.

ma la vita del futuro (diciamo tra 30 anni) appare ai miei occhi così piena di possibili innovazioni, spesso meno clamorose, ma non meno importanti, che le possibili manipolazioni della chimica dei cervelli non hanno grande rilevanza …

PICCOLA (?) PARENTESI SULLA VITA FUTURA

mille e mille sono le cose che stanno cambiando rapidamente e che, se viste in prospettiva temporale, appaiono essere l’antefatto di mutamenti graduali, ma radicali.

i mutamenti sociali saranno cosa non da poco: già da oggi (ed anche nella storia passata) i mutamenti sociali sono sempre stati improntati ad uno schema comune: iniziale diffidenza e poi graduale accettazione di quelle novità nello stile e nei costumi di vita che vengono consentiti dal progressivo sviluppo e dalla diffusione di nuove tecnologie (con locali e minoritari fenomeni di rigetto idiosincrasico).

non è difficile, guardando a quelle che sono le tecnologie oggi in fase di sviluppo (e senza spingerci ad un futuro poi troppo remoto), immaginare i più immediati dei futuri sviluppi ad esse conseguenti. gradualmente crescerà il livello di accettazione per fenomeni oggi non ancora esistenti o parzialmente rifiutati. famiglie omosessuali e single che adottano bambini, persone di una certa età che vengono fecondate artificialmente saranno sempre più diffusi. i maschi che potranno avere figli senza una donna propria ed un rapporto almeno temporaneamente stabile (utero in affitto o addirittura fecondazione e gestazione artificiale) e le femmine potranno tamto più avere figli senza maschio.

questi cambiamenti incrementeranno la tendenza già attuale ad annullare il concetto stesso di famiglia trasformando l’impegno (almeno formale, per coloro che si sposano) a condividere per tutta la vita le fortune e le sfortune in una mancanza reciproca di qualsiasi forma di impegno vincolante. ognuno sarà un single che, quando vuole e solo finchè vuole, condivide con un altro single momenti della propria esistenza.

in conseguenza di ciò il diritto dei figli ad essere stabilmente ed efficacemente accuditi ed educati diverrà progressivamente più difficile da garantire (un single che lavora ed ha una vita sentimentale non stabile può difficilmente fornire un ambiente emotivo stabile e difficilmente può avere il tempo per accudire i figli a sufficienza). diverrà necessario che le strutture pubbliche si modifichino al fine di supplire alla ridotta capacità delle nuove “famiglie” di gestire la prole. nasceranno così istituzioni pubbliche in grado di fare da “famiglia” per grandi quantità di bambini ed alle quali questi ultimi verranno affidati. in qualche modo queste strutture andranno a costituire una nuova forma di famiglia polinucleare o estesa (come esisteva 300 anni fa) e permetteranno a molti bambini di crescere insieme.

in questo modo i single finiranno per avere ancora più tempo e spazi individuale venendo di fatto esonerati dalle cure parentali ed ancora meno responsabilità nei confronti della prole. in mancanza di una famiglia “strutturata” verrà meno la necessità di vincolare e regolare con opportune norme e leggi i rapporti sentimentali. verrà meno il concetto di monogamia (che già oggi appare essere alquanto labile nella sostanza, mentre è ben tutelato nella forma).

la sostanziale solitudine dei single fornirà il presupposto per sempre maggiore diffusione dell’adozione di animaletti vari. cagnolini, gattini, passerotti, leoncini, elefantini, balenuccie ed altro ci faranno compagnia e ci daranno quell’occasione di “dedicare delle cure all’esterno” che sarà venuta meno con l’abolizione dei rapporti famigliari e parentali.

a poco a poco apparirà sempre più ovvio che gli animali abbiano la stessa dignità (?) degli esseri umani e sorgeranno sette religiose che sosterranno che essi hanno anche un’anima. la progressiva abitudine alla presenza di animali creerà le basi (come è già successo con gli omosessuali) per l’accettazione dei rapporti sessuali tra uomo ed animali …

… credo che se vi fermate un poco a pensarci e scacciate dalla vostra mente il possibile rifiuto emotivo di scenari a noi estranei, vi accorgerete che molte di queste previsioni sono molto facili e che in molti casi possiamo già vedere oggi i primi segni di tali cambiamenti.

mi sono fermato volutamente ad una minima parte di quanto si può immaginare per il futuro. ma già con questo, come vedete l’ipotesi di intervenire sul cervello diviene un po’ meno strana ed un po’ meno rilevante.

CHIMICA DELLE EMOZIONI

vorrei ora aggiungere 2-3mila parole sul tema centrale di questo thread di discussione.

la questione della “umanità” o della “sterile materialità” dell’universo emotivo è solo una delle mille forme in cui nel corso della storia della cultura si è incarnata una fondamentale questione di base (e le mie risposte, presumo poco chiare, sottintendevano tutto un discorso non esplicitato su tale questione di base).

la questione di base è la seguente.

la specie umana rientra pienamente nel freddo universo materiale e non è nulla più di un mero aggregato di particelle che seguono le stesse precise leggi (per quanto esse possano essere complesse e per quanto numerosi siano i livelli di complessità che ci separano dagli atomi) che segue tutto il resto del’universo?

oppure invece l’essere umano ha una sua specificità che lo pone al di fuori della volgarità della materia assegnandogli una posizione di particolare rilievo ed una dignità diversa da quella di un ranocchio?

ovviamente per tutti i cattolici la risposta “deve” necessariamente essere la seconda. l’uomo è infatti l’unico essere dotato di anima e pertanto esso trascende per definizione le altre manifestazione del creato. l’anima di sicuro non risponde alle stesse normali leggi che regolano la volgare materia.

occorre sottolineare che l’idea di occupare una posizione “particolare” tende a “piacere” un po’ a tutti gli esseri umani e ad appagarne la vanità.

potrei spendere decine di pagine su tutti i modi e le forme in cui gli esseri umani godono nel sentirsi “diversi”. i popoli sostengono di essere “prescelti” da un dio, le razze affermano di essere superiori, i gruppi sociali scansano e discriminano altri gruppi sociali sostenendone la inferiorità, i bianchi hanno pensato a lungo che i neri fossero animali, le famiglie discriminano altre famiglie, le persone di sinistra e di destra disprezzano coloro che hanno diversa fede politica, i tifosi della roma, spesso disprezzano quelli della lazio, gli uomini pensano che le donne non siano capaci di guidare, l’umanità nel suo complesso crede di essere depositaria del destino della natura e del mondo, gli antichi hanno creduto che la terra fosse al centro dell’universo, i giovani pensano che gli anziani siano superati e gli anziani pensano che i giovani siano ingenui, ogni generazione è convinta di essere l’ultima prima della catastrofe e della disgregazione dei valori, ecc……

ma se guardiamo a tutte queste manifestazioni nel loro complesso non può (secondo me) non essere chiaro come esse costituiscano una testimonianza del fatto che che l’uomo trova ogni possibile occasione per affermare le proprie pretese di superiorità e che questa è una tendenza che non dipende dall’esistenza di precisi fatti a sostegno, ma dalla natura stessa dell’uomo.

è proprio questo che ci fa rifiutare l’idea che un sentimento possa non essere altro che l’agitarsi di un pugno di molecoline che intrecciano i propri elettroni in una danza di mutevoli configurazioni.

se l’universo apparisse totalmente predeterminato in tutte le sue manifestazioni ci sarebbe ben poco spazio per assegnare all’uomo una particolare dignità. si potrebbe solo introdurre l’idea dell’esistenza dell’anima che, non avendo natura fisica, consentirebbe di sfuggire alla ferrea razionalità delle leggi che governano la materia.

ma l’esistenza del principio di indeterminazione e le idee della meccanica quantistica sembrano aprire un varco per tutta una serie di idee che sono in qualche modo collegate tra loro e che fanno da presupposto per teorizzare la superiorità dell’uomo (non predicibilità dei fenomeni, esistenza del libero arbitrio, impossibilità del riduzionismo, ecc.)

in realtà la fisica quantistica è ben lungi dal costituire una “dimostrazione” della natura non predicibile e non deterministica dei fenomeni. anzi, l’esistenza stessa della fisica quantistica è in qualche modo una dimostrazione del contrario, infatti la fisica quantistica altro non è che una serie di leggi e formule ben precise e “definitivamente determinate” che descrivono e regolano il comportamento della materia (proprio come fa ogni altra legge della fisica).

comunque questo argomento è troppo lungo perchè io possa parlarne in questo momento.

mi limiterò pertanto a sottolineare come una eventuale sostanziale non predicibilità degli eventi non costituirebbe affatto una giustificazione per pretese di “diversità” dato che, comunque, il principio di indeterminazione e la meccanica quantistica sono leggi che regolano il comportamento di “tutta” la materia e come tali ci rendono del tutto simili ai cristalli di quarzo, alle felci ed ai gamberetti di fiume.

inoltre esse non hanno a che vedere con il livello di complessità dei sistemi (ossia non si prestano per affermare che essendo le emozioni fenomeni complessi possono esistere comportamenti che dipendono strettamente dal livello di complessità).

per quanto riguarda invece la possibile esistenza di fenomeni peculiarei dei sistemi complessi, come credo di avere già detto, non mi pare che ci siano problemi. infatti qualsiasi legge specifica che faciliti l’approccio a fenomeni complessi (per esempio le leggi della termodinamica ne sono un esempio) rimane pur sempre una legge che governa la materia e comunque deve essere compatibile con l’applicazione delle leggi elementari.

spero di essere stato sufficientemente noioso, ma vi annuncio fin d’ora che non ve la caverete con questo solo messaggio e che rischiate seriamente che io torni ancora a scrivere dell’argomento.

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Come sempre interessante ma avrei gradito qualche "potrebbe" e "forse" di più sia nel prospettare il futuro che "potrebbe" essere come dice Giorgio ma "potrebbe" anche essere un pochino diverso, sia nelle affermazioni relative alla meccanica quantistica, che è comunque una "teoria" come molte altre, ad esempio quella del bootstrap, o delle superstringhe o quant'altre che poi potrebbero essere un giorno "corrette" e riviste.
A parte la matematica (che dopo aver chiesto di accettare alcuni postulati costruisce tutto il resto in modo rigoroso) per le altre scienze si deve concedere il beneficio del dubbio e lasciare la porta aperta a delle evoluzioni e correzioni.
Scientificamente ad oggi non è possibile decidere se l'uomo è "diverso" dalle altre forme di vita. In modo suggestivo e poco scientifico possiamo vedere in questo l'impossibilità esposta dal teorema di Godel: l'uomo che studia se stesso è in sostanza un sistema autoreferenziante abbastanza complesso nel quale esistono verità che non possono essere dimostrate (con tutti i limiti di un'applicazione al di fuori di un sistema formale matematico che evidenzia Odifreddi).

Autore

Faceva parte della mia lista di "consigli per la lettura". Mi sembra capiti "a fagiuolo"...buona lettura a tutti!
« Le nazioni che per prime arriveranno a padroneggiare le nuove scienze della complessità saranno le superpotenze - politiche, economiche e culturali - del XXI secolo.»
Heinz Pagels

Tra i corridoi stipati di schedari, davanti agli schermi fluorescenti di computer animati dalle strane evoluzioni di automi biomorfi, nel corso di seminari improvvisati a colazione e durante le interminabili discussioni notturne intorno al tavolo da cucina, ogni istante della giornata a Santa Fe trasuda eccitazione e fermento intellettuale: un incessante ribollire di proposte, un fuoco di fila di intuizioni e ipotesi ardite che si incrociano e si sovrappongono nella comune sensazione di stare contribuendo a qualcosa di importante.
Fondato nel 1984 tra le mura di un ex Convento nel Nuovo Messico, l’Istituto di Santa Fe non si pone regole ortodosse né impone alcun vincolo ai propri partecipanti, nella convinzione che proprio dal confronto tra competenze disparate possa emergere una nuova visione unificante della scienza.
Il grande libro della natura, finora scritto con caratteri matematici e governato da leggi lineari, cede il passo a una nuova metafora che nella complicità paradossale tra ordine e disordine, organizzazione e anarchia, cooperazione e antagonismo, trova la sua formula vincente, e tra le file di una comunità scientifica trasgressiva e iconoclasta conta i suoi più agguerriti sostenitori.

Autore

già, già, … in effetti il futuro è “futuro” e magari … le cose potrebbero non andare esattamente come noi pensiamo … sebbene i cambiamenti che io ho elencato siano in gran parte già iniziati (la progressiva maggior accettazione, verso diversi costumi sessuali e nuove tipologie di relazioni interpersonali, così come la diffusione dei single e la crescente dignità attribuita ai pet sono un dato di fatto già oggi e difficilmente le cose potranno andare diversamente in un futuro vicino).

ma il senso del mio intervento non era quello di ricostruire il preciso scenario del mondo tra 20 o 30 anni, bensì solamente quello di far notare come ci sia da aspettarsi una tale serie di cambiamenti (quali che essi siano) che il semplice fatto di poter curare un sentimento come fosse una malattia mentale è assai meno sconvolgente di quanto possa sembrare.

d’altronde già adesso i “sentimenti” si curano come “malattie” … basti pensare al caso della depressione …

peraltro nelle primissime righe avevo precisato che il futuro che stavo per descrivere è il futuro come “appare ai miei occhi” e non quello che certamente avverrà.

caro stefano, mi pare chiaro che in questo settore noi vediamo la realtà da due distinti punti di vista e, pur dicendo cose che non si escludono mutuamente, tendiamo a sottolineare aspetti diversi di esse.

infatti io non mi sogno neppure di affermare che le verità scientifiche odierne non potranno un domani essere completate o meglio precisate da ulteriori nuove verità. nè mi permetto di affermare che è scientificamente provato che l’essere umano è qualitativamente uguale ad un pipistrello o ad un serpente a sonagli (non me ne vogliano i serpenti a sonagli).

è chiaro che nessuna verità definitiva è stata ancora raggiunta, ma in assenza di verità definitive e, pur mentre si possono ricercare nuovi punti di vista ed analizzare la correttezza di nuove ipotesi, è metodologicamente corretto aspettarsi che ogni nuova idea che venga ad aggiungersi a quelle già accettate debba (prima di venir inserita nel corpus delle cognizioni accettabili) essere dimostrata.

nel caso specifico l’insieme delle cognizioni già accettate è, grossolanamente, costituito dall’insieme di leggi e formule che descrivono il mondo naturale e che abbiano già superato un sufficientemente completo processo di esame e verifica sperimentale. rispetto a quasto insieme l’idea che l’essere umano in qualsiasi modo trascenda l’insieme di leggi note costituisce un elemento di novità che per essere teorizzato deve essere provato. in assenza di prove qualsiasi idea innovativa (rispetto ad un corpus già noto e consolidato) può al massimo avere la valenza di una ipotesi.

non mi pare di dire cose poi troppo strane; per metterla in altri termini: esiste un corpus di leggi accettato e sufficientemente dimostrato che governa la meccanica dei corpi soggetti a forze tra cui, per esempio, quella di gravità. se domani qualcuno di noi dovesse vedere un asino che se ne svolazza allegramente da un ramo all’altro e decidesse di ipotizzare che le leggi di gravità, per sistemi complessi come gli asini, possono essere sovrascritte da ulteriori leggi caratteristiche dei sistemi complessi, ebbene spetterebbe a lui l’onere della prova e fintanto che questa non fosse stata portata ed esaminata l’asino dovrebbe continuare ad essere considerato soggetto, alla stregua di qualsiasi altro corpo materiale, alle usuali leggi di gravitazione.

mi permetto di dire (e lo faccio senza esitazione) che allo stato attuale non soltanto nulla di dimostrato autorizza a dire che l’uomo in qualche modo trascende la volgare realtà materiale, ma addirittura vi sono numerosi (e crescenti) indizi del fatto che è vero il contrario: vi è infatti una sostanziale continuità tra le diverse specie animali e vegetali e vi è continuità persino tra la materia vivente e quella non vivente. addirittura mi sento di dire che il concetto stesso di “vivente” sta subendo gradualmente dei radicali cambiamenti per adeguarsi alle nuove capacità e conoscenze che derivano dal progresso tecnologico e che la “vita” intesa come miracolo della natura che porta la materia inanimata ad arricchirsi di un soffio inspiegabile e trascendente è ormai solo il retaggio di millenni di cultura religiosa ed ignoranza scientifica.

vi è continuità a tutti i livelli e, giorno dopo giorno, cadono con fragore tutte le barriere concettuali corrispondenti a “distinzioni” che l’uomo aveva creato nella storia. i moderni biologi hanno abbandonato la tradizionale distinzione in due regni (animale e vegetale) sostituendola con una (più sfumata e flessibile) che ne prevede 5, dato che la sostanziale continuità del creato rendeva difficile accettare 2 soli grandi regni. la scoperta dei prioni (a lungo inizialmente osteggiata dagli studiosi del settore) dimostra che non è neppure vero che le strutture viventi debbono basarsi su DNA ed RNA per la loro riproduzione. insieme a ciò comincia ad apparire evidente quanto gli uomini siano straordinariamente simili agli scimpanzè. piante ed animali trovano innumerevoli punti di contatto a livello di organismi unicellulari, ….

insomma a chi voglia dimenticare per un attimo l’orgoglio (immotivato) di essere “al di sopra” apparirà una grande messe di prove della continuità tra tutte le manifestazioni del creato (uomo incluso) che costituiscono altrettanti forti indizi del fatto che nulla vi è di trascendente nell’essere umano.

non sono invece ancora riuscito a trovare neppure un piccolo indizio del fatto che possa essere vero il contrario. e non venite a dirmi che la complessità e la ricchezza del mondo interiore dell’uomo è un valido indizio! il modo corretto di vedere le cose è un altro: la complessità dell’universo è ben maggiore di quella dell’uomo. tanto maggiore da includere in sè tutta la complessità dell’uomo (che è un sistema appartenente all’universo come qualsiasi altro) e tutta la complessità di tutti gli altri sistemi complessi in esso presenti!

Autore

"non sono invece ancora riuscito a trovare neppure un piccolo indizio del fatto che possa essere vero il contrario" ovvero che l'uomo non è al di sopra del resto delle manifestazioni del creato?

Può darsi, ma nemmeno ho finora trovato prove del fatto che l'uomo oggi non sia l'unico essere a porsi domande su questo fatto e ad aver "costruito" una scienza che spiega, approssimativamente, la natura. E poichè di questa scienza stiamo parlando come possiamo pensare che l'uomo in essa, e non nel creato, abbia un posto privilegiato? Non è forse la scienza oggi riconosciuta che mette "l'osservatore" al centro dei fenomeni naturali?

Curioso che tu parli proprio della gravità che è l'unica forza che non siamo ancora riusciti ad inserire nella "teoria del tutto" e che sembra influenzare poco o nulla il mondo subatomico mentre domina quello macroscopico...

Questa ovvaimente è una discussione che non può avere fine nè può avere vincitori o vinti quindi bisognerà mettere dei limiti!

Autore

… non sono ben sicuro di aver compreso il senso delle osservazioni di stefano riguardo al ruolo dell’osservatore. l’osservatore ha un ruolo privilegiato e difficile (dato che interferisce) nella raccolta di dati, ma non dovrebbe averlo nella interpretazione di essi … per fare un esempio: nella misura della accelerazione di un corpo soggetto a gravità si possono avere mille errori (oltre all’imprecisione dovuta intrinsecamente alle operazioni di misura), ma il risultato dovrà essere lo stesso lo stesso valore di g tanto che il corpo che cade (nel vuoto) sia una pietra, tanto che esso sia un uomo …

se invece, quando misuriamo il valore dell’accelerazione per un uomo, viene fuori che esso accelera di più della pietra e inoltre da ciò deduciamo che l’uomo è fico e va veloce come una ferrari e per di più da questo giungiamo ad affermare che ciò prova l’esistenza di un dio che ha dato all’uomo un ruolo “particolare” … beh, allora mi pare che il “ruolo dell’osservatore” non c’entri più e che ci troviamo di fronte invece alla tipica megalomania caratteristica di homo sapiens.

comunque, per quanto concerne la questione dei vincitori e vinti sono d’accordo con te. quando si parte da presupposti radicalmente diversi è difficile convergere verso conclusioni accettabili da tutti in un tempo umanamente ragionevole. però discutere è sempre utile. non per vincere o per perdere, bensì per crescere e per capire se le proprie idee hanno dei buchi che vengono fuori quando esse sono sottoposte al vaglio critico di persone (intelligenti) che hanno idee differenti.

per quanto riguarda poi la scelta dell’esempio sulla gravità … beh … sei proprio diffidente! io non desidero confutare il valore della fisica quantistica (tra l’altro come potrei permettermi di farlo?), nè fare il partigiano della relatività. la scelta di quell’esempio è stata casuale (sebbene in un mondo deterministico il caso abbia un ruolo marginale). ma la mia impressione è che l’utilizzo delle teorie quantistiche per sostenere una visione non deterministica è (secondo me) piuttosto discutibile. non perchè la fisica quantistica dica stupidaggini, ma perchè il significato profondo dell’incertezza che essa introduce non è affatto quello che all’incertezza tende a dare l’essere umano. quando si parla di casualità o di incertezza bisogna stare bene attenti a ricordarsi ed a chiarire agli altri che i grattacieli non crollano casualmente per colpa della fisica quantistica e che i maschi non mettono le corna alle loro donne “per caso” (ossia perchè improvvisamente un paio di elettroni hanno deciso di sfruttare la libertà loro concessa dal principio di heisemberg mettendosi a fare come gli pare per un paio di giorni). questo tipo di incertezza e di casualità non esistono e nessun maschio potrai mai addurre a propria giustificazione per un tradimento la fisica quantistica!

ma questo è un altro argomento (che mi farebbe piacere discutere), ma sul quale per oggi sorvolo.