SESSION: - Discussioni
Sulla chimica del piacere
The Jag
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A proposito del piacere nel guardare un'opera d'arte: "Nell'esperienza artistica si possono distinguere, forse
con eccesso di schematicita', due stadi. Un primo stadio e' caratterizzato
dal desiderio e dall'eccitazione di esperire un'opera d'arte, visitare
un museo, sentire un concerto. Si potrebbe fare l'ipotesi affascinante che il primo stadio, quello
di eccitazione, derivi da un'attivazione dei cosiddetti centri
del piacere nell'ipotalamo laterale o di qualche parte del lombo
limbico. Questi centri potrebbero essere attivati da un'esperienza
artistica, come ad esempio dalla visione di un'opera d'arte e dalle
espressioni culturali che essa richiama alla memoria. Il secondo stadio dell'esperienza estetica, quello della soddisfazione, potrebbe essere dovuto alla produzione delle endorfine, cui conseguirebbe il senso di piacere e di quiete: insomma, un piccolo orgasmo estetico. co stadi consimili di eccitazione e rilassamento. Bisogna pero' dire che il piacere che segue l'esperienza estetica non e' mai, come dicono gli psicologi, una piccola "mors post coitum"; rimane un piacere creativo, pieno di pensieri e di desideri." [da "Arte e cervello" Lamberto Maffei ed Adriana Fiorentini] Che pensate di queste teorie? L’amore ed il piacere sono sentimenti irrazionali o pure attivita’ chimiche? E se e’ vera quest’ultima, come cambia la nostra vita? |
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la sollecitazione dell’ineffabile fulvio lanna mi pare di quelle che non possono esser lasciate cadere senza un adeguato commento.
non vi è dubbio che quanto il maffei e la fiorentini scrivono sia, non solo perfettamente corrispondente a quanto indica la ricerca neurobiologica, ma probabilmente anche piuttosto limitativo rispetto a questa.
in realtà a mano a mano che procede la ricerca scientifica ed aumentano le nostre conoscienze riguardo ai meccanismi cerebrali diviene sempre più chiaro come l’intera attività cerebrale umana (e quindi tanto le facoltà razionali, quanto quelle sensoriali e la vita emotiva) siano riconducibili in ultima analisi alla semplice attività elettro-chimica dei neuroni ed alla attivazione di circuiti neuronali mediante l’appropriata creazione/inibizione di specifici neurotrasmettitori in particolari zone del cervello
volendo dire la stessa cosa in modo più semplice potremmo affermare che l’amore, il dolore o (come si dice nel libro citato) l’esperienza estetica stimolata da un bel quadro o da un magnifico paesaggio null’altro sono che un insieme di molecoline che si agitano, si spostano, si mescolano, si abbracciano e si scambiano tra loro pezzettini in una danza frenetica dove la specifica coreografia corrisponde ad un particolare sentimento o ad un altro.
senza dubbio la complessità di questa danza è grande e senza dubbio molto resta ancora da scoprire sugli specifici meccanismi e le specifiche “coreografie”, ma non cambia il messaggio finale: la vita emotiva NON trascende la realtà chimico fisica ed anzi è solo una manifestazione di quest’ultima.
cosa cambia nella nostra vita una volta compreso fino in fondo questo messaggio? secondo me in linea di massima nulla, almeno in senso negativo. anzi, forse le cose cambiano addirittura in meglio.
per spiegarmi ricorrerò ad un esempio. pensiamo dunque a come vede la musica un direttore d’orchestra: senz’altro egli è in grado di riconoscere ed apprezzare elementi tecnici che alla massa sostanzialmente sfuggono. in altri termini egli riconosce i “meccanismi interni” dell’edificio musicale. ora chiediamoci: questa conoscienza riduce forse la sua capacità di godere emotivamente la bellezza complessiva dell’opera musicale? ovviamente no.
la conoscenza intellettiva ed il godimento emotivo procedono su due piani ampiamente, se non del tutto, indipendenti. inoltre in molti casi la conoscenza intellettiva non riduce, bensì rafforza il godimento emotivo.
in conclusione occorre senz’altro arrendersi all’evidenza che l’essere umano non è al di fuori o addirittura al di sopra della volgare materia, ma non per questo quando di notte vedremo una magnifica luna illuminare un paesaggio che pare palpitare come fosse vivo dovremo voltare freddamente le spalle pensando tra noi che “in fondo si tratta solo di poche molecole che vengono eccitate nella corteccia visiva e scatenano qualche processo nel sistema limbico!”. |
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E' ancora oggetto di ampi dibattiti l'idea "riduzionistica" per
cui le leggi che governano un livello di complessità sono legate
a quelle del livello immediatamente inferiore; per intenderci che le
emozioni siano ricostruibili dai meccanismi molecolari. |
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interessante come sempre il commento di Stefano. |
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ho da anni un libro di Bertrand Russell che si intitola: “La relativita’ spiegata con le 4 operazioni”. Un libro di straordinaria capacita’ divulgativa che porta a conoscenza del volgo una materia tanto complessa con gli strumenti elementari della matematica (+ - : x). Il fatto che la materia relativistica sia complessa non nega la validita’ dei mattoncini basilari che noi utilizziamo: le 4 operazioni; infatti servono per spiegarla. Mi trovo percio’ in totale accordo con Giorgio per quanto riguarda la discussione che si sta intrattenendo. Vorrei aggiungere delle osservazioni su alcuni aspetti, diciamo, collaterali. La complessita’ di quanto i nostri cervelli siano in grado di fare, e’ spesso generata dagli strati culturali che nella nostra vita andiamo mettendoci sopra. Sono rappresentati da tutti quei linguaggi interfaccia tra il linguaggio-macchina (gli scambi elettro-chimici) ed il linguaggio “esterno” utilizzato nella quotidianita’. Questi linguaggi sono complessi e possono riconoscersi, ad esempio, nei segni, negli atteggiamenti, nei pregiudizi. Quanto piu’ abbiamo ricevuto “input” culturali, tanto piu’ va affinandosi la qualita’ dei nostri linguaggi interfaccia ed esterni. Cio’ non toglie che la persona semplice e quella raffinata utilizzino invece lo stesso meccanismo elaborativo di base: la connessione intercellulare sinaptica. Cio’ detto, credo e sostengo che tutte le nostre attivita’ (simpatia, odio, amore, indifferenza, ecc…) siano determinate dai due fattori base: la qualita’/quantita’ delle connessioni cerebrali e le modifiche culturali alle quali siamo stati sottoposti dalla nascita. Chi mi sa dire perche’ una persona e’ simpatica o perche’ un’altra ci fa innamorare? (Io lo so e per questo frequento ancora il JAG…) |
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Non c'è che dire: Lamberto Maffei e Adriana Fiorentini ci "indorano la pillola". Nel loro saggio da un indicativo, modo della certezza, («Nell'esperienza artistica si possono [...]Un secondo stadio è caratterizzato...») passano al condizionale («Si potrebbe fare l'ipotesi [... ] Il secondo stadio dell'esperienza estetica, potrebbe essere dovuto...») modo dell'eventualità.
Giorgio, invece, toglie ogni speranza agli ultimi vati dell'eterea spiritualità idealista/tardo-romantica inchiodandoli al fatto che «... a mano a mano che procede la ricerca scientifica ed aumentano le nostre conoscenze riguardo ai meccanismi cerebrali diviene sempre più chiaro come l'intera attività cerebrale umana (e quindi tanto le facoltà razionali, quanto quelle sensoriali e la vita emotiva) sia riconducibile in ultima analisi alla semplice attività elettro-chimica dei neuroni ed alla attivazione di circuiti neuronali mediante l'appropriata creazione/inibizione di specifici neurotrasmettitori in particolari zone del cervello...»
Temo sia inutile (anche se mi piacerebbe!) opporsi alle tesi di Giorgio dato che è insensato e anacronistico contraddire i risultati delle ricerche scientifiche: se sarà dimostrato in modo sempre più inconfutabile che la vita emotiva è una manifestazione della realtà chimico fisica, "è naja": non si può far altro che accettare la realtà sì scientifica ma anche cruda e dura....
Questo, però, ci creerà non poche complicazioni.... Già ammettere che il cuore non sia più la sede deputata ai sentimenti è di per sé destabilizzante: secoli di convinzioni costretti nella categoria "Certezze di Civiltà Passate"! E, tanto per cominciare, si dovrebbe rivedere la terminologia poetica e letteraria in genere. «A cor gentil amor ratto s'apprende...» diventerebbe ormai solo la testimonianza di un passato obsoleto e... dai!... a cercare altre rime con "cervello", "neuroni", "ipotalamo" e con tutte le parti coinvolte nella produzione chimica di emozioni al posto dell'abusato "amore"... "cuore"... "fiore"...
Una volta ammessa la dura realtà dovremo cominciare a prefigurare scenari a medio o a lungo termine (per me) apocalittici.... Capito il meccanismo, le reazioni chimiche coinvolte ecc. ecc., in un mondo futuribile si potranno trovare rimedi farmacologici: «Dottore, sono innamorato! Cosa posso prendere?» «Non si preoccupi: 10 gocce di Indifferentix prima dei pasti principali e tutto passa!!!!» O, al contrario, si potrebbero inoculare sentimenti ed emozioni: Ricreando chimicamente l'emozione o il sentimento in laboratori sofisticati si potrebbero predisporre vaccini....
Ed ecco l'Apocalisse: accanto ad applicazioni positive (in fin dei conti, la fissione nucleare non poteva essere utilizzata solo a scopi pacifici?), in un mondo dove vige - come sempre - la legge del più forte, ci saranno Stati egemoni che ridurranno altri a schiavitù emotive: popolazioni in preda alla paura, popolazioni impastate d'odio, popolazioni senza sentimenti, secondo le necessità del momento....
Sconfortata da queste riflessioni ho cominciato a leggere l'intervento di Stefano ed ecco che un vago barlume si è acceso! Stefano, infatti, lascia uno spiraglio: «Allora se anche il mondo fosse governato dalla visione riduzionista non sarebbe possibile "esaurire" in modo scientifico il concetto di emozione e il loro funzionamento se non con capacità di calcolo fuori dalla portata umana....»
Per il presente, intanto, quando mangerò i rigatoni con la pajata eviterò di immaginare come sono stati preparati: me li gusterò soltanto; e "quando di notte vedrò una magnifica luna illuminare un paesaggio che pare palpitare come fosse vivo" non starò a interrogarmi sull'origine delle mie emozioni, ma guarderò in religioso silenzio. Perché una cosa è sicura: chimica o no, comunque stiano le cose, non ho la minima intenzione di rinunciare a un bene sempre più raro: le emozioni e i sentimenti! |
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L'intervento di Sugar mi sembra il più centrato e chiaro sul
tema. Mi ero spaventato dalla lunghezza del testo che invece ho trovato
godibilissimo al punto da suggerire a Marianna di utilizzare le idee
introdotte per il racconto "Quale futuro": la farmacia
che vende l'idifferentix non può mancare in un futuro come
quello immaginato da Fulvio! |
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Cari jaggers, le vostre dissertazioni sono forse troppo "complesse" per
i miei meccanismi neuronali "elementari". Eppure, qualche
neurotrasmettitore impertinente, non ancora del tutto inibito da
calcio, telenovelas e tg vari (che ahimé, trascendono ogni
mio controllo!), mi suggerisce la stessa domanda di Fulvio: in base
a quale legge matematico-chimico-fisica ciascuno di noi reagisce
in modo diverso alla stessa sollecitazione sensoriale? Se tutto si
può spiegare con la logica, la scienza e la razionalità (e
se è vera la regola base di ogni teoria scientifica, e cioè che
applicando una legge nota allo stesso insieme di dati, il risultato è certo
e determinato), perdurando la nostra incapacità di controllo,
dovremmo concludere che: |
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Come sempre interessante ma avrei gradito qualche "potrebbe" e "forse" di
più sia nel prospettare il futuro che "potrebbe" essere
come dice Giorgio ma "potrebbe" anche essere un pochino
diverso, sia nelle affermazioni relative alla meccanica quantistica,
che è comunque una "teoria" come molte altre, ad
esempio quella del bootstrap, o delle superstringhe o quant'altre
che poi potrebbero essere un giorno "corrette" e riviste. |
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Faceva parte della mia lista di "consigli per la lettura".
Mi sembra capiti "a fagiuolo"...buona lettura a tutti! Tra i corridoi stipati di schedari, davanti agli schermi fluorescenti
di computer animati dalle strane evoluzioni di automi biomorfi,
nel corso di seminari improvvisati a colazione e durante le interminabili
discussioni notturne intorno al tavolo da cucina, ogni istante
della giornata a Santa Fe trasuda eccitazione e fermento intellettuale:
un incessante ribollire di proposte, un fuoco di fila di intuizioni
e ipotesi ardite che si incrociano e si sovrappongono nella comune
sensazione di stare contribuendo a qualcosa di importante. |
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già, già, … in effetti il futuro è “futuro” e magari … le cose potrebbero non andare esattamente come noi pensiamo … sebbene i cambiamenti che io ho elencato siano in gran parte già iniziati (la progressiva maggior accettazione, verso diversi costumi sessuali e nuove tipologie di relazioni interpersonali, così come la diffusione dei single e la crescente dignità attribuita ai pet sono un dato di fatto già oggi e difficilmente le cose potranno andare diversamente in un futuro vicino).
ma il senso del mio intervento non era quello di ricostruire il preciso scenario del mondo tra 20 o 30 anni, bensì solamente quello di far notare come ci sia da aspettarsi una tale serie di cambiamenti (quali che essi siano) che il semplice fatto di poter curare un sentimento come fosse una malattia mentale è assai meno sconvolgente di quanto possa sembrare.
d’altronde già adesso i “sentimenti” si curano come “malattie” … basti pensare al caso della depressione …
peraltro nelle primissime righe avevo precisato che il futuro che stavo per descrivere è il futuro come “appare ai miei occhi” e non quello che certamente avverrà.
caro stefano, mi pare chiaro che in questo settore noi vediamo la realtà da due distinti punti di vista e, pur dicendo cose che non si escludono mutuamente, tendiamo a sottolineare aspetti diversi di esse.
infatti io non mi sogno neppure di affermare che le verità scientifiche odierne non potranno un domani essere completate o meglio precisate da ulteriori nuove verità. nè mi permetto di affermare che è scientificamente provato che l’essere umano è qualitativamente uguale ad un pipistrello o ad un serpente a sonagli (non me ne vogliano i serpenti a sonagli).
è chiaro che nessuna verità definitiva è stata ancora raggiunta, ma in assenza di verità definitive e, pur mentre si possono ricercare nuovi punti di vista ed analizzare la correttezza di nuove ipotesi, è metodologicamente corretto aspettarsi che ogni nuova idea che venga ad aggiungersi a quelle già accettate debba (prima di venir inserita nel corpus delle cognizioni accettabili) essere dimostrata.
nel caso specifico l’insieme delle cognizioni già accettate è, grossolanamente, costituito dall’insieme di leggi e formule che descrivono il mondo naturale e che abbiano già superato un sufficientemente completo processo di esame e verifica sperimentale. rispetto a quasto insieme l’idea che l’essere umano in qualsiasi modo trascenda l’insieme di leggi note costituisce un elemento di novità che per essere teorizzato deve essere provato. in assenza di prove qualsiasi idea innovativa (rispetto ad un corpus già noto e consolidato) può al massimo avere la valenza di una ipotesi.
non mi pare di dire cose poi troppo strane; per metterla in altri termini: esiste un corpus di leggi accettato e sufficientemente dimostrato che governa la meccanica dei corpi soggetti a forze tra cui, per esempio, quella di gravità. se domani qualcuno di noi dovesse vedere un asino che se ne svolazza allegramente da un ramo all’altro e decidesse di ipotizzare che le leggi di gravità, per sistemi complessi come gli asini, possono essere sovrascritte da ulteriori leggi caratteristiche dei sistemi complessi, ebbene spetterebbe a lui l’onere della prova e fintanto che questa non fosse stata portata ed esaminata l’asino dovrebbe continuare ad essere considerato soggetto, alla stregua di qualsiasi altro corpo materiale, alle usuali leggi di gravitazione.
mi permetto di dire (e lo faccio senza esitazione) che allo stato attuale non soltanto nulla di dimostrato autorizza a dire che l’uomo in qualche modo trascende la volgare realtà materiale, ma addirittura vi sono numerosi (e crescenti) indizi del fatto che è vero il contrario: vi è infatti una sostanziale continuità tra le diverse specie animali e vegetali e vi è continuità persino tra la materia vivente e quella non vivente. addirittura mi sento di dire che il concetto stesso di “vivente” sta subendo gradualmente dei radicali cambiamenti per adeguarsi alle nuove capacità e conoscenze che derivano dal progresso tecnologico e che la “vita” intesa come miracolo della natura che porta la materia inanimata ad arricchirsi di un soffio inspiegabile e trascendente è ormai solo il retaggio di millenni di cultura religiosa ed ignoranza scientifica.
vi è continuità a tutti i livelli e, giorno dopo giorno, cadono con fragore tutte le barriere concettuali corrispondenti a “distinzioni” che l’uomo aveva creato nella storia. i moderni biologi hanno abbandonato la tradizionale distinzione in due regni (animale e vegetale) sostituendola con una (più sfumata e flessibile) che ne prevede 5, dato che la sostanziale continuità del creato rendeva difficile accettare 2 soli grandi regni. la scoperta dei prioni (a lungo inizialmente osteggiata dagli studiosi del settore) dimostra che non è neppure vero che le strutture viventi debbono basarsi su DNA ed RNA per la loro riproduzione. insieme a ciò comincia ad apparire evidente quanto gli uomini siano straordinariamente simili agli scimpanzè. piante ed animali trovano innumerevoli punti di contatto a livello di organismi unicellulari, ….
insomma a chi voglia dimenticare per un attimo l’orgoglio (immotivato) di essere “al di sopra” apparirà una grande messe di prove della continuità tra tutte le manifestazioni del creato (uomo incluso) che costituiscono altrettanti forti indizi del fatto che nulla vi è di trascendente nell’essere umano.
non sono invece ancora riuscito a trovare neppure un piccolo indizio del fatto che possa essere vero il contrario. e non venite a dirmi che la complessità e la ricchezza del mondo interiore dell’uomo è un valido indizio! il modo corretto di vedere le cose è un altro: la complessità dell’universo è ben maggiore di quella dell’uomo. tanto maggiore da includere in sè tutta la complessità dell’uomo (che è un sistema appartenente all’universo come qualsiasi altro) e tutta la complessità di tutti gli altri sistemi complessi in esso presenti! |
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"non sono invece ancora riuscito a trovare neppure un piccolo indizio del fatto che possa essere vero il contrario" ovvero che l'uomo non è al di sopra del resto delle manifestazioni del creato?
Può darsi, ma nemmeno ho finora trovato prove del fatto che l'uomo oggi non sia l'unico essere a porsi domande su questo fatto e ad aver "costruito" una scienza che spiega, approssimativamente, la natura. E poichè di questa scienza stiamo parlando come possiamo pensare che l'uomo in essa, e non nel creato, abbia un posto privilegiato? Non è forse la scienza oggi riconosciuta che mette "l'osservatore" al centro dei fenomeni naturali?
Curioso che tu parli proprio della gravità che è l'unica forza che non siamo ancora riusciti ad inserire nella "teoria del tutto" e che sembra influenzare poco o nulla il mondo subatomico mentre domina quello macroscopico...
Questa ovvaimente è una discussione che non può avere fine nè può avere vincitori o vinti quindi bisognerà mettere dei limiti! |
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… non sono ben sicuro di aver compreso il senso delle osservazioni di stefano riguardo al ruolo dell’osservatore. l’osservatore ha un ruolo privilegiato e difficile (dato che interferisce) nella raccolta di dati, ma non dovrebbe averlo nella interpretazione di essi … per fare un esempio: nella misura della accelerazione di un corpo soggetto a gravità si possono avere mille errori (oltre all’imprecisione dovuta intrinsecamente alle operazioni di misura), ma il risultato dovrà essere lo stesso lo stesso valore di g tanto che il corpo che cade (nel vuoto) sia una pietra, tanto che esso sia un uomo …
se invece, quando misuriamo il valore dell’accelerazione per un uomo, viene fuori che esso accelera di più della pietra e inoltre da ciò deduciamo che l’uomo è fico e va veloce come una ferrari e per di più da questo giungiamo ad affermare che ciò prova l’esistenza di un dio che ha dato all’uomo un ruolo “particolare” … beh, allora mi pare che il “ruolo dell’osservatore” non c’entri più e che ci troviamo di fronte invece alla tipica megalomania caratteristica di homo sapiens.
comunque, per quanto concerne la questione dei vincitori e vinti sono d’accordo con te. quando si parte da presupposti radicalmente diversi è difficile convergere verso conclusioni accettabili da tutti in un tempo umanamente ragionevole. però discutere è sempre utile. non per vincere o per perdere, bensì per crescere e per capire se le proprie idee hanno dei buchi che vengono fuori quando esse sono sottoposte al vaglio critico di persone (intelligenti) che hanno idee differenti.
per quanto riguarda poi la scelta dell’esempio sulla gravità … beh … sei proprio diffidente! io non desidero confutare il valore della fisica quantistica (tra l’altro come potrei permettermi di farlo?), nè fare il partigiano della relatività. la scelta di quell’esempio è stata casuale (sebbene in un mondo deterministico il caso abbia un ruolo marginale). ma la mia impressione è che l’utilizzo delle teorie quantistiche per sostenere una visione non deterministica è (secondo me) piuttosto discutibile. non perchè la fisica quantistica dica stupidaggini, ma perchè il significato profondo dell’incertezza che essa introduce non è affatto quello che all’incertezza tende a dare l’essere umano. quando si parla di casualità o di incertezza bisogna stare bene attenti a ricordarsi ed a chiarire agli altri che i grattacieli non crollano casualmente per colpa della fisica quantistica e che i maschi non mettono le corna alle loro donne “per caso” (ossia perchè improvvisamente un paio di elettroni hanno deciso di sfruttare la libertà loro concessa dal principio di heisemberg mettendosi a fare come gli pare per un paio di giorni). questo tipo di incertezza e di casualità non esistono e nessun maschio potrai mai addurre a propria giustificazione per un tradimento la fisica quantistica!
ma questo è un altro argomento (che mi farebbe piacere discutere), ma sul quale per oggi sorvolo. |

