RESOCONTI: Viaggi 2004
Londra 2004
di Stefano Caporali
Capitolo 1
Londra sembra voler mettere subito le cose in chiaro. «Qui
c’è una
civiltà diversa più evoluta». E il messaggio ai viaggiatori
giunti ad Heatrow arriva dai suoi emissari: i bagni pubblici.
Infatti un terzo incomodo sembra essersi inserito tra i “gentlemen” e
le “ladies ” (no, non quello: ho parlato di evoluzione non
di rivoluzione). E’ il “family toilette” che non è un
bagno promiscuo per incontri coniugali, ma il luogo che mette la parola
fine ai sordidi alibi dei papà per non portare al bagno figlie (“è una
femmina non posso accompagnarla io”) e figli (“portalo in quello
delle femmine che è più pulito, tanto è ancora piccolo”).
La “family toilette” propone bagni a misura di bambini, fasciatoi
e altre amenità.
Ma non è questo il segnale più forte della nuova civiltà londinese.
Quello che stupisce sono gli spazi. Non quelli delle sterminate campagne
inglesi o delle highland scozzesi ma, più prosaicamente, quelli
attorno ai “water”. Qui puoi addirittura chiudere la porta
senza sbattere sulla tazza.
Questa illusione di città a misura d’uomo si dissolve però giunti
alla ”underground station”: trenta persona in fila per il biglietto.
Comincio così a rimpiangere la scelta di rinunciare al taxi dettata
dalla voglia di integrarmi subito nella vita dei londoners.
Dopo una breve ricerca trovo un distributore automatico. Solo
10 persone in fila ma serve il “cash” ed io, cittadino dell’Europa
unita, consumato navigatore dell’area euro, non ho con me valuta
indigena.
Un po’ appartato, solitario e ritroso, se ne sta però un distributore
di biglietti che accetta solo carte di credito.
Siamo
in 2 ad usarlo e Londra non mi sembra più così lontana dalla mia
antica Roma. L’albergo è a
Russel Square, dietro al British Museum. La
zona mostra subito le consuete contraddizioni delle metropoli
moderne. Alla bellezza della piazza, nello stile della “Londra che
ti aspetti”,
si contrappone la bruttezza del “brunswick shopping center”,
un casermone di cemento che, nella più degradata periferia romana,
avrebbero saputo riprodurre meglio.
Il
Russel Hotel, sede del convegno in cui dovrò parlare, è maestoso,
autoritario, circondato da un’atmosfera di formalità che gli
nega l’attributo di bello preferendogli quello di “pomposo”.
La consapevolezza di dover fare il mio intervento in un luogo
così “inglese” si fa strada più velocemente di
quanto vorrei. A dare il colpo di grazia alla mia self-confidence è l’accoglienza,
al pre-convegno, dell’hostess dell’albergo: se per me capire
il suo “English” è difficile, sembra addirittura impossibile
per lei capire il mio.
Quando le chiedo dove di trova Eroll, il chairman, lei mi guarda
perplessa, poi mi porge una copia dell ’ “Herald” Tribune!
continua...
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