OPERE: racconti - variazioni sull'incipit
Traffico #6
il girone degli ignavi
di Irene Avitabile
L'incipit
di Fulvio
Ogni giorno torno dal lavoro in auto e percorro il raccordo anulare
verso casa. Minimo 1 ora per 13 km.
Tre file di macchine che vanno, non si sa dove, né perché, e, purtroppo,
lo fanno a passo d’uomo. Chi fuma, chi parla al cellulare, chi guarda la
bionda dell’auto vicino… tutti alle prese con questo che è il
più grande spreco assoluto di tempo e di risorse della nostra società!
Pensavo: “Il mio capo corre: maratona, mezza maratona, 9 km, campestre….
se le corre tutte ed è anche molto bravo, tra gli “Over 45”.
Bene lui al ritmo di 3’30’’ a km, ci metterebbe 39 minuti.”
Cioè mi passerebbe davanti a razzo. Che follia è mai questa che
ci obbliga a questo insano rituale da deficienti?
Bene. Oggi ero stanco e, ad un certo punto, accaldato e spazientito, ho esclamato “ma
perché non spariscono tutti questi automobilisti?”
Il finale di Irene
Finalmente, per
qualche strano motivo che nessuno potrà mai spiegare
neanche vivendo ininterrottamente per dieci anni tra le uscite Cassia e Fiumicino
del GRA, la fila si sblocca e riesco addirittura a mettere la terza… sento
di essere in fase di sorpasso sul mio capo maratoneta, e un po’ mi
viene da sorridere.
Ecco che ci fermiamo di nuovo, ed è come se nello specchietto vedessi
il ghigno del Petroni in pantaloncini, e così chiudo gli occhi, cercando
di rilassarmi contro il rivestimento massaggiante, o almeno così dice
la casa automobilistica, del mio sedile.
Non è che un attimo; come non fanno che ripetere i cartelloni luminosi,
quelli che devono essere stati pensati dallo stesso tipo degli slogan terroristici
sui pacchetti delle sigarette, il bravo automobilista deve essere sempre
vigile.
Sono pronto a rivedere la targa della super jeep da safari grigia con vetri
neri, l’ideale per il traffico cittadino, con la quale ho instaurato
un rapporto simbiotico più o meno dall’uscita 3, e invece c’è qualcosa
di diverso… anzi, per essere più precisi, diciamo che quel qualcosa
che mi aspettavo NON c’è proprio.
Davanti a me si aprono le tre corsie completamente… libere.
Lunedì mattina, ore 9.10, soli quattro chilometri dalla Roma-Fiumicino
e… la strada completamente libera in un batter d’occhio? Una
persona più stressata di me se ne domanderebbe il motivo, ma, come
dice sempre mia moglie, io so godermi quello che il cielo mi manda, e così mi
rilasso contro lo schienale e scalo velocemente le marce, un bel sorriso
soddisfatto ben stampato sulla faccia.
In effetti questa è sempre stata la mia politica, non farmi troppe
domande e godermi le piccole cose che la vita mi riserva. Non credo di aver
mai alzato la voce nella mia vita, non mi sono arrabbiato per le parzialità di
mia madre, sempre pronta ad abbandonarmi al mio destino per correre in soccorso
di mio fratello maggiore, una specie di pilastro di Rebibbia, oppure per
i tradimenti di mia moglie, almeno finché mi preparava la cena e mi
stirava le camicie; e poi, quella sera che mia figlia diciottenne mi disse
che aspettava un figlio… che dire, le sorrisi e le feci segno che ne
avremmo parlato dopo. Era o non era il giorno dell’unico centro perfetto
di quel goleador di razza di Paolo Negro?
La prima macchina che avvisto mi si affianca da sinistra, e io mi volto
incuriosito. Il passeggero mi guarda e mi sorride e anche io sento il desiderio
di rispondere.
E’ qualcosa di automatico, la stessa espressione che si oppone alla
cassiera che saluta dopo averti alleggerito di duecento euro l’antivigilia
di Natale.
La macchina è un po’ particolare, il colore al quale si avvicina
di più è il bianco, ma ha qualcosa di perlaceo che la rende
quasi abbagliante.
Continuo a guidare e do un’occhiata ai cartelloni verdi, ormai ci dovrei
quasi essere.
Uscita 30.
Metto la freccia per abitudine, visto il deserto sull’anello cittadino,
e mi butto sulla destra.
Sterzo di più, ma la macchina procede dritta, saltando l’uscita.
Non ne ho il controllo, scivola da sola, eppure a me non sembra grave. Nello
specchietto non posso più neanche vedere il puntino nero del mio capo
in calzoncini rossi; sono sicuro di avere il tempo anche per un altro giro
completo.
Un’altra macchina, stavolta rosa madreperla, corre nella carreggiata
interna. Sembra lontana, eppure riesco a distinguere benissimo le facce sorridenti
degli occupanti, devono essere madre, padre e figlio.
Sporgo la mano dal finestrino, agitandola come un bambino al passaggio
del treno. E mi sento un cretino, così come mi sono sempre sembrati quegli
uomini che agiscono da poppanti non appena possono fregiarsi del titolo di
nonni.
Dovrei essere ormai all’altezza della Laurentina, ma i cartelli portano
strani nomi, mi ricordano quelle frazioni di Messina, quelle sullo stretto,
sì, proprio Pace, Paradiso, Contemplazione. Strana toponomastica quella
italiana.
I viaggi, un altro bel capitolo della mia vita. La fuga dalla città,
la settimana in cui riversare le frustrazioni di un anno, i pochi giorni
da riempire di avventure al ritorno in ufficio. Cosa dire di tutti gli anni
passati nel villaggio vacanze preferito da mia moglie e dalla sua amica del
cuore, zampettando nell’acqua al ritmo dell’ultimo successo caraibico,
oppure impegnato, pancetta al vento, nel torneo over 30, 40 o 50 di pallavolo… scusate,
beach-volley?
No, non me ne pento, in molti casi sono stati i cinque giorni che hanno
salvato il mondo, o meglio la mia vita. Il ritorno a casa abbronzati e
rilassati
ha spesso avuto il pregio di farmi arrivare senza troppi patemi almeno
fino ad Ognissanti.
Sorrido ancora, pensando al mio nipotino obeso. A volte vorrei dire a mia
figlia di non viziarlo troppo, ma alla fine che male c’è? Sono
sicuro che il piccolo Mattia, nome già fuori moda, non riuscirà mai
a raggiungere la stazza della madre. E poi, se loro sono felici così,
perché intromettermi?
Un autobus grigio nebbia mi supera, tagliandomi la strada, e vedo l’angolo
posteriore venirmi addosso. Provo a sterzare ancora, ma la macchina non risponde.
Chiudo ancora gli occhi, e quando li riapro mi accorgo che l’autobus è entrato
nella mia macchina, e quello che vedo è solo un colore nuovo, come
si ottiene sovrapponendo due retini. E’ una forma che varia con i nostri
movimenti, è una specie di gioco ipnotizzante.
Ed è allora che capisco.
Questo è il mio paradiso, questo è quello che c’è ‘dopo’.
E stavolta rido…
Ragazzi, Dante non aveva capito un accidente!
Però poi mi fermo di botto: cazzo, ma pure da morto sono destinato
a non uscire mai dal Grande Raccordo Anulare?

