OPERE: Progetto Aurora
Progetto Aurora: la nuova Cassiope
di Valerio Cristofaro
CAPITOLO 2: La nuova era
Dopo circa mezz’ora ero già là. Il locale era il solito
vecchio e squallido saloon di sempre: pochi posti a sedere, servizio cattivo,
un odore che era un mix micidiale di fumo e droga sintetica, musica heavy
in sottofondo e molti coni alternati di buio pesto e penombra. Era lì che
era nata la parte più irriducibile della resistenza degli ultimi anni:
un posto perfetto per i reietti e gli emarginati della società, gli
skotigi o come diavolo eravamo chiamati, e per chiunque non avesse mai avuto
la possibilità di scegliere, dimenticato da dio. Ma era anche il posto
che aveva visto nascere le correnti di pensiero più radicali e libertarie
che l’umanità avesse mai conosciuto: il pensiero di Mirko Cosimi,
la morfologia di Muldenbachk, il neo- post- polemismo di Diligerete.
Non riuscii a scorgere nessuno dei fratelli e, a dir la verità, la
cosa non mi stupì poi molto. Sapevo già che tanti anni di disobbedienza
non erano passati invano: chiunque tra gli skotigi sarebbe stato in grado
di non dare nell’occhio neanche vestito con colori sgargianti in una
camera di 3m. x 3. Nascondersi era ormai diventato per noi uno stile di vita
ed un’arte e ci veniva così naturale che divenne un uso comune
e a volte inconsapevole fra le nostre abitudini.
Imboccai il secondo privè del saloon, sulla sinistra. Accesi una sigaretta,
con la musica sparata a palla come compagnia, sicuro che non avrei dovuto
aspettare a lungo.
Non feci in tempo a sedermi che sprofondai subito in quelle stesse riflessioni
che avevano turbato il mio pomeriggio domenicale usualmente fatto d’inedia
e di tabacco: in quei giorni rivivevo continuamente dentro di me gli ultimi
scontri di piazza, con i ribelli che avevano combattuto e perso contro i
robots delle multinazionali del nichel e contro la schiavitù tecnologica
che gli aveva condannati alle debolezze strutturali della carne e all’astrazione
razionale-non-trascendentale della macchina. Ricordavo ancora che tutto era
iniziato con la promessa di una nuova era: l’installazione di hardware
e software di nuova generazione nei tessuti vivi avrebbe aperto nuove strade,
si disse, facendoci conoscere nuovi mondi e quadruplicando le nostre potenzialità percettive.
In realtà, avevano soltanto inventato una nuova droga, la più micidiale
della storia dell’umanità, riducendo l’uomo a schiavo
del continuo aggiornamento di files brevettati dalle aziende multinazionali
del software. Era il 2024 e mio padre era morto guidando la rivolta. Io avevo
solo sei anni ed un microprocessore semiotico montato nella testa.
Mario mi toccò la spalla con gentilezza. Quel tocco mi parve subito
assolutamente innaturale e quasi irreale: la sua mano mi sfiorò come
avrebbe fatto un soffio caldo di vento d’Agosto o la brezza mattutina
ricca di salsedine dei porti in cui avevo passato l’infanzia, seguendo
nel suo lavoro mio padre. Eppure, in quel contesto, qualsiasi altro aggettivo
sarebbe stato più adatto di gentile: Mario era un grande amico, un idealista,
incline per natura alla solidarietà ed alla socialità; ma nascondeva
dietro un volto mobile e straordinariamente duro e spigoloso, un’ortodossia
ideologica spesso insofferente e tagliente. Come me era nato e cresciuto nelle
strade di Cassiope, la capitale, che gli aveva dato in dono, esattamente come
al sottoscritto, quell’orgoglio cocciuto di ventenne e quell’intransigenza
incompiuta di chi non ha mai avuto nulla.
-<<Mario, ma dove diavolo eri?>>, gli dissi, con un tono che non
aveva nulla del sorpreso e abbracciandolo di scatto, con affetto.
-<<Ero proprio alle tue spalle, deficiente addormentato!>>
-<< E gli altri?>>, gli feci,
-<<Si è riunito il Teatro stasera>>, disse lui, <<per
questo ti ho chiamato: gli altri sono già lì. Pare che ci siano
delle novità>>.
Cercai, con fatica, di trattenere il mio stupore. Quella notizia, inaspettata
e spaventosa allo stesso tempo, mi aveva disorientato. E molto.
-<<Ah si? Ma novità di che tipo? Sono anni ormai che il Teatro
non si riunisce più>>.
-<<Se ero qui ad aspettare te, come cazzo faccio a saperlo! Muoviti e
non farmi incazzare, o rischiamo di rimanerne fuori! >>.
Lo seguii senza aggiungere altro.
Mario mi sorrideva, raccontandomi di come era felice di rivedermi e della buona
cera che parevo avere, ma era palesemente agitato, proprio come me: avremmo
avuto la fortuna di vedere per la prima volta il Teatro. Quanto a me, avevo
la bocca completamente secca e non sentivo più le gambe, come se fossero
paralizzate: ero, in quel momento, come il pauroso bambino di tanti anni prima;
quello che, nei momenti difficili, si nascondeva dietro un padre coraggioso
ed amato, chiedendone la protezione convinta e decisa.
Dopo aver percorso due o tre corridoi dei quali fino ad allora avevo ignorato
l’esistenza, arrivammo in una sorta di cunicolo biforcuto. Imboccata
la diramazione di destra, dopo pochi metri, ci trovammo di fronte ad un vecchio
portale di legno: l’ambiente, buio ed umido, mi fece subito ritornare
alla mente i vecchi rifugi dei quali avevo sentito tanto parlare da piccolo
e nei quali i ribelli si erano nascosti durante il primo grande attacco delle
teste d’acciaio nella prima guerra tecnologica. La leggenda voleva che
da lì i dissidenti avessero poi sferrato l’attacco che aveva portato
alla liberazione dei prigionieri politici del carcere di Mutasse e distrutto
la centrale ad energia plastica interrompendo le comunicazioni fra i diversi
reparti dell’esercito dei robots.
Mario bussò più volte sul dorso spesso e duro del portale ed
ogni colpo rimbombò doloroso nella mia testa e nel mio stomaco.
Mentre, con fatica, cercavo di trattenere i conati lancinanti che mi trafiggevano
senza pietà da parte a parte, pensai di poter tornare indietro con gli
anni ancora una volta, almeno solo per sentire la presenza di mio padre al
mio fianco e prendergli la mano.
Quando la porta si aprì rumorosamente, in tutta franchezza mai mi sarei
aspettato di vedere quello che in realtà vidi. Illuminato a malapena
da una lampada che calava dal soffitto come la sottile radice di un albero
secolare che si fosse spinta al di sotto della superficie a toccare il cuore
stesso della terra, c’era un tavolo scuro ed irregolare, orfano di uno
dei quattro piedi e retto un po’ sbilenco in un equilibrio precario.
Seduti uno di fronte all’altro, due vecchietti dalla pelle aggrinzita
e del colore dell’ebano si osservavano mutuamente come immagini speculari
parlando fitto in una strana lingua che non conoscevo e che sapeva di antico.
Quello strano scenario aveva qualcosa di straordinario (oserei dire, quasi
fottutamente mistico); un vento intenso attraversava le biforcazioni nascoste
di quella strana struttura sotterranea come animandola ed un forte odore di
incenso pervadeva l’ambiente. Quando la porta si richiuse dietro di noi
una delle due figure si aprì in un strano sorriso continuando a dialogare
veloce con l’altra e tra le mille strane parole di quel vetusto idioma
potei chiaramente riconoscere poche parole pronunciate nell’unica lingua
che conoscevo:
-<< Fanop è tornato>>.
Le due voci erano come sospiri, fioche e deboli, ma il piglio dei due anziani
era al contrario deciso ed autoritario ed il loro dialogo, rapido come un rituale,
cominciò di fatto a cadenzare il battito delle mie pulsazioni. Poco
dopo, guidato da una vertigine, caddi al suolo. Mentre perdevo i sensi, riusciì a
trovare finalmente la “chiave”: oggi è il più grande
dei giorni; oggi la luna ed il sole si ricongiungeranno; il mare non avrà più padroni
e Lui cavalcherà le onde; Fanop è tornato e Cassiope è la
sua sposa. La filastrocca che mi aveva tormentato per giorni continuava a non
avere senso per i miei orecchi da sordo; ma, perlomeno, aveva finalmente trovato
un testo.

