OPERE: Progetto Aurora
Progetto Aurora: la nuova Cassiope
di Valerio Cristofaro
CAPITOLO 1
Ero
immerso in mille carte e domandavo a me stesso se fossi pronto oppure no
all’impresa che mi accingevo a compiere. In fondo non ero altro che
una deriva ideologica di un sistema sociale balordo al quale ascrivevo il
solo merito di avermi forgiato. Ero da anni in attesa di una folgorazione,
di un’idea, di una piccola luce che, per quanto fioca e debole, mi
servisse a guidare, come il faro illumina la rotta dei velieri solitari
in balia delle onde, il cammino mio e di coloro che avessero voluto seguirmi.
-<<Guarda un po’ tu come va il mondo!>>, dissi a bassa
voce, quasi avessi paura del rumore stesso delle mie parole più di
quanto non ne avessi dei miei stessi pensieri.
Ero solo a casa, come sempre, perduto in uno di quei tanti pomeriggi domenicali
neri e tristi di una vita squallida da giovane dissidente. Tuttavia cominciavo
ad avere come il sentore che quell’idolatrare a tutti i costi il mio
entusiastico atomismo e quella genuinità stupita che sin da bambino
mi avevano animato mi avrebbe condotto, ben presto, alla rovina: solo adesso,
infatti, questi miei antichi difetti disegnavano con il loro profilo incerto
le forme chiare ed opulente di un pericolo futuro. Ma non era tutto qui.
Erano giorni, ormai, che si faceva spazio nella mia testa, come fosse un
tumore, una filastrocca folle che mi toglieva il sonno, lacerandomi in
maniera vigliacca e subdola, fino quasi ad uccidermi. Non riuscivo a ricordare
dove
l’avessi ascoltata per la prima volta (semmai l’avessi ascoltata);
ma la cosa più fastidiosa era che non mi fosse possibile coglierne
il senso compiuto, giacché mi illuminava la mente con piccoli flash
sconnessi ed illogici.
Mentre pensavo, assorto nei miei pensieri, provando a tenere il conto dei
fratelli che avevano perso la vita nel corso di quegli anni difficili, un
lungo, gelido brivido mi corse lungo la schiena, cadenzando il ritmo ed il
flusso magnetico dei miei pensieri a intervalli regolari.
-<<Questi maledetti nervi-connettori stanno andando a puttane!>> borbottai.
Pensai che forse la cosa migliore sarebbe stata quella di prendermi una
pausa, dato che il led luminoso del mio computer da innesto indicava il
triste stato
della batteria al nichel- plastico che ancora montavo nella testa, vecchio
residuato bellico dell’ultima guerra tecnologica che i ribelli avevano
combattuto contro le multinazionali.
Dopo aver collegato il cavo neurodiale all’input in acciaio alluminiato
che mi si apriva nella pelle all’altezza del capezzolo destro, caddi
nel solito limbo asciutto e solitario del mio standby: era quella l’unica
vera tregua rilassata che mi era concessa; l’unica forma di relax momentaneo
che mi era rimasta da quando un leggero problema al sistema di inizializzazione
della batteria mi aveva privato, temporaneamente, dell’illusione
rigenerante del sonno.
Dopo circa un’ora fui destato dal cinguettio isterico ed inaspettato
del videòfono che mi indusse finalmente ad abbandonare, stremato,
quel torpore inoperoso nel quale ero sprofondato.
-<<Beppe, sono io! Siamo qui da circa mezz’ora. Non ti sarai
dimenticato?>>.
Le immagini all’interno della carcassa cromata del video erano confuse,
come se chi stesse trasmettendo dall’altra parte fosse nascosto in
un bunker o qualcosa di simile o, cosa più probabile, stesse cercando
di criptare il segnale per non essere localizzato. Il forte accento della
capitale, però, fu per me più nitido di qualsiasi immagine
a cristalli fluidi.
-<<Mi stai sempre addosso, Mario. Dimenticato di cosa?>>
-<<Che abbiamo qualcosa per te, coglione! Muoviti, ti aspettiamo al
solito posto!>>.
Con un so ché di rassegnato, mi vestii in automatico infilando i primi
vestiti che incontrai, sparsi com’erano per tutta la stanza. Non mi
ero mai preoccupato delle mode del momento e non avevo certo intenzione di
incominciare proprio in quell’occasione, tenuto conto anche del fatto
che il vecchio Saloon dei Miracoli non era certo il posto migliore per sfoggiare
i miei capi più eleganti.
A dir la verità, non avevo una gran voglia di andarci, ma sapevo
che non potevo negarmi e che la mia presenza e la mia attenzione era richiesta
dai fratelli solo per le grandi occasioni.
Un leggero senso di vomito, insistente, continuava a pugnalare il mio stomaco
con spietato sadismo, lasciandomi a malapena la forza e lo spazio per respirare.
……Dissolvenza…..

