OPERE: racconti - sfida sull'incipit
Pennellate di rosso infuocato
a cura di Giorgio Penco
La sfida
Viene proposto un incipit che gli sfidanti devono concludere in poche righe. Gli explicit possono essere inviati a TheJag.org
Gli sfidanti
3 finali proposti: Fulvio, Sugar, Stefano.
L'incipit
Pennellate di rosso infuocato e di blu del cielo che scurisce al tramonto.
Un passo dopo l’altro la strada scorreva quasi in trance sotto i miei
occhi. Sul terreno il mio sguardo affondava tra refoli di foglie secche in
mulinelli e voli freddi e leggeri.
Quanto tempo era passato da quel giorno di primavera di molti anni prima
quando ancora non potevo immaginare? Eppure, stranamente, ma ovviamente,
non mi ero accorto di nulla. Solo il calendario del mio orologio, fermatosi
per l’esaurirsi delle batterie faceva capire che almeno 4 o 5 anni
dovevano essere trascorsi. O forse molti di più.
Ora avevo freddo; i miei abiti, assieme al mio orologio li avevo trovati
a poca distanza dal piano ove ero disteso, ma erano abiti primaverili ed
ora sembrava essere prossimo un inverno glaciale.
Continuai a camminare tra l’asfalto bruciato e spezzato, i rovi, i
cespugli, i muschi e gli alberi radi, quasi sempre aghifoglie, che crescevano
ovunque. Attorno a me solo gusci di edifici abbandonati come conchiglie sopravvissute
ai loro abitanti. Gusci, spesso spezzati ed anneriti, rada vegetazione, vento
e rottami di plastica o metallo, a volte familiari, semibruciati e sepolti
nel terreno o nei detriti.
Rumori non ce n’erano, se non il sibilo cupo del vento, il risuonare
dei miei passi o l’occasionale rumore di oggetti che il vento stesso
faceva muovere o cadere. In quel pomeriggio assurdo avevo già percorso
forse 5 o 6 miglia, ma non avevo visto neppure un essere umano o un cane,
un gatto, un uccello. Ora cominciavo a rendermi conto che in terra di tanto
in tanto c’erano segni della presenza di vita animale: alcuni piccoli
solchi o cunicoli potevano essere la traccia lasciata da vermi infilatisi
nel terreno duro.
Mi accorsi quasi all’improvviso che di fronte a me, a non più di
mezzo miglio, si innalzava un edificio di una decina di piani e che pareva
essere in condizioni migliori di altri: decisi di dirigermi in quella direzione.
Mentre camminavo osservavo attentamente attorno a me e davanti; quel silenzio
irreale e quella solitudine mi mettevano i brividi e cominciavo a temere
che qualche pericolo oscuro potesse nascondersi nelle ombre del silenzio.
Mi feci più cauto: se qualcuno o qualcosa di ostile era nei pressi
probabilmente si celava proprio là dove gli edifici in migliori condizioni
potevano offrire un riparo più efficace e, forse, anche risorse di
qualche altro tipo.
Camminavo con i sensi all’erta. Mi sentivo vulnerabile: i miei muscoli
e la mia mente erano ancora fiacchi ed intorpiditi. Il mio passato di ingegnere
elettronico, militare nell’aviazione militare e poi astronauta della
NASA aveva fatto di me un uomo pronto ad affrontare efficacemente situazioni
e rischi diversi, ma ora non avevo armi e tutto attorno mi pareva sconosciuto
e strano. Mi volsi: un rapido movimento alla mia sinistra mi aveva messo
in guardia. A pochi metri da me detriti e rifiuti si mescolavano tra loro
contro un muro cadente. Ora nulla sembrava muoversi. Quell’atmosfera
mi stava gelando più del vento freddo e sentivo il sangue ghiacciato
ed il cuore battere forte. Raccolsi da terra un pezzo di mattone per usarlo
come arma di fortuna e cominciai ad avvicinarmi piano al punto ove qualcosa
si era mosso.
Ancora pochi metri; nulla si muoveva più. Giunto sul punto mi fermai
alcuni istanti ad osservare i detriti al suolo. Nulla. Mi chinai a guardare
meglio e con un pezzo di bastone frugai piano nel mucchio. Ed all’improvviso
qualcosa attrasse la mia attenzione: in mezzo ai calcinacci apparve il bianco
strano delle ossa e pochi istanti dopo avevo in mano il teschio di uomo adulto.
Era vecchio e danneggiato in più punti; attorno alle orbite c’erano
strani segni. Mi inginocchiai e rimasi lì ad osservare come incantato
quell’unico segno diretto della presenza passata di un altro essere
umano. Quanto era vecchio? Cosa eveva prodotto gli strani segni sotto le
orbite oculari? Perchè era lì? Frugando ancora trovai altre
ossa, ma non era uno scheletro intero: le ossa erano state disperse dopo
la morte o lo erano state le membra prima ancora del disfacimento.
Il sole scendeva e si avvicinava ormai alla linea dell’orizzonte. Di
notte avrebbe fatto molto freddo e dovevo sbrigarmi a trovare un riparo.
Anche altre ossa recavano segni o erano state spezzate. Guardai ancora con
attenzione ed un poco alla volta quel mucchio che mi era apparso all’inizio
insignificante cominciò a rivelarmi altri particolari interessanti.
C’erano residui disseccati di escrementi animali. Qua e là anche
alcune tracce di peli. Il materiale organico non portava segno di bruciatura.
Pareva che ci fosse stato forse un grande incendio che aveva interessato
una vasta area e che era giunto forse proprio fin dove io ero in quel momento.
Tutt’attorno comunque proseguivano i segni di quel grande rogo; le
ceneri erano state disperse dal vento ed ovunque si mescolavano al terriccio
e ai calcinacci. Ma dopo l’incendio alcuni uomini ed animali erano
tornati a popolare quella zona e non erano vissuti per qualche tempo dopo
quella catastrofe.
Uomini ed animali. Compresi d’improvviso cos’erano quei segni
sulle ossa: erano tracce di zanne. Zanne robuste che avevano strappato la
carne per cibarsene ed avevano spezzato le ossa per succhiarne il midollo
altamente nutriente. E denti più piccoli, forse di topi, che avevano
poi completato il lavoro.
Faceva sempre più freddo. Mi rialzai in piedi e mi rimisi in cammino.
Quelle ossa potevano essere state spolpate un anno oppure cento anni prima,
non avevo modo di saperlo; ma se era passato solo un anno poteva darsi che
il proprietario di quelle zanne vivesse ancora nei paraggi in compagnia di
quei suoi lunghi dentoni e forse anche di parecchi amici e parenti.
Un passo dopo l’altro avanzavo e pensavo. Quel teschio mi era parso
strano ed, a ripensarci, lo era veramente. Sembrava deforme. La mascella
troppo piccola e le orbite troppo grandi. L’essere cui era appartenuta
non poteva essere una scimmia, ma neppure un uomo normale. Forse era stato
un povero disgraziato nato infelice.
Mi fermai per un attimo in silenzio. Ora l’edificio che avevo visto
era di fronte a me ed il suo portone spalancato si apriva a non più di
dieci metri di distanza. Più in là vi erano anche altri palazzi
o case in discrete condizioni. Sembrava che quella zona si fosse trovata
al di fuori della catastrofe. Alle mie spalle invece solo miglia e miglia
di distruzione.
Ascoltai il vento cercando odori o suoni che potessero rivelarmi un pericolo.
Ma ovunque pareva esservi soltanto il soffio polveroso ed incessante che
mi faceva rabbrividire. Mi decisi ad entrare.
All’interno dell’edificio regnava ovunque il silenzio. Trovai
una rampa di scale e presi a salire. Al primo piano una porta sembrava solo
accostata: la spinsi e si aprì stridendo lungamente. Era un grande
appartamento e pareva che la vita vi si fosse fermata come nel fermo immagine
di un film. E poi su quell’immagine erano cadute la polvere e la cenere.
...
Gli explicit

