OPERE: racconti - variazioni sull'incipit

Pennellate di rosso infuocato #2

di Sugar

Pennellate di rosso infuocato L'incipit di Giorgio

Pennellate di rosso infuocato e di blu del cielo che scurisce al tramonto. Un passo dopo l’altro la strada scorreva quasi in trance sotto i miei occhi. Sul terreno il mio sguardo affondava tra refoli di foglie secche in mulinelli e voli freddi e leggeri.
Quanto tempo era passato da quel giorno di primavera di molti anni prima quando ancora non potevo immaginare? Eppure, stranamente, ma ovviamente, non mi ero accorto di nulla. Solo il calendario del mio orologio, fermatosi per l’esaurirsi delle batterie faceva capire che almeno 4 o 5 anni dovevano essere trascorsi. O forse molti di più.
Ora avevo freddo; i miei abiti, assieme al mio orologio li avevo trovati a poca distanza dal piano ove ero disteso, ma erano abiti primaverili ed ora sembrava essere prossimo un inverno glaciale.
Continuai a camminare tra l’asfalto bruciato e spezzato, i rovi, i cespugli, i muschi e gli alberi radi, quasi sempre aghifoglie, che crescevano ovunque. Attorno a me solo gusci di edifici abbandonati come conchiglie sopravvissute ai loro abitanti. Gusci, spesso spezzati ed anneriti, rada vegetazione, vento e rottami di plastica o metallo, a volte familiari, semibruciati e sepolti nel terreno o nei detriti.
Rumori non ce n’erano, se non il sibilo cupo del vento, il risuonare dei miei passi o l’occasionale rumore di oggetti che il vento stesso faceva muovere o cadere. In quel pomeriggio assurdo avevo già percorso forse 5 o 6 miglia, ma non avevo visto neppure un essere umano o un cane, un gatto, un uccello. Ora cominciavo a rendermi conto che in terra di tanto in tanto c’erano segni della presenza di vita animale: alcuni piccoli solchi o cunicoli potevano essere la traccia lasciata da vermi infilatisi nel terreno duro.
Mi accorsi quasi all’improvviso che di fronte a me, a non più di mezzo miglio, si innalzava un edificio di una decina di piani e che pareva essere in condizioni migliori di altri: decisi di dirigermi in quella direzione.
Mentre camminavo osservavo attentamente attorno a me e davanti; quel silenzio irreale e quella solitudine mi mettevano i brividi e cominciavo a temere che qualche pericolo oscuro potesse nascondersi nelle ombre del silenzio. Mi feci più cauto: se qualcuno o qualcosa di ostile era nei pressi probabilmente si celava proprio là dove gli edifici in migliori condizioni potevano offrire un riparo più efficace e, forse, anche risorse di qualche altro tipo.
Camminavo con i sensi all’erta. Mi sentivo vulnerabile: i miei muscoli e la mia mente erano ancora fiacchi ed intorpiditi. Il mio passato di ingegnere elettronico, militare nell’aviazione militare e poi astronauta della NASA aveva fatto di me un uomo pronto ad affrontare efficacemente situazioni e rischi diversi, ma ora non avevo armi e tutto attorno mi pareva sconosciuto e strano. Mi volsi: un rapido movimento alla mia sinistra mi aveva messo in guardia. A pochi metri da me detriti e rifiuti si mescolavano tra loro contro un muro cadente. Ora nulla sembrava muoversi. Quell’atmosfera mi stava gelando più del vento freddo e sentivo il sangue ghiacciato ed il cuore battere forte. Raccolsi da terra un pezzo di mattone per usarlo come arma di fortuna e cominciai ad avvicinarmi piano al punto ove qualcosa si era mosso.
Ancora pochi metri; nulla si muoveva più. Giunto sul punto mi fermai alcuni istanti ad osservare i detriti al suolo. Nulla. Mi chinai a guardare meglio e con un pezzo di bastone frugai piano nel mucchio. Ed all’improvviso qualcosa attrasse la mia attenzione: in mezzo ai calcinacci apparve il bianco strano delle ossa e pochi istanti dopo avevo in mano il teschio di uomo adulto. Era vecchio e danneggiato in più punti; attorno alle orbite c’erano strani segni. Mi inginocchiai e rimasi lì ad osservare come incantato quell’unico segno diretto della presenza passata di un altro essere umano. Quanto era vecchio? Cosa eveva prodotto gli strani segni sotto le orbite oculari? Perchè era lì? Frugando ancora trovai altre ossa, ma non era uno scheletro intero: le ossa erano state disperse dopo la morte o lo erano state le membra prima ancora del disfacimento.
Il sole scendeva e si avvicinava ormai alla linea dell’orizzonte. Di notte avrebbe fatto molto freddo e dovevo sbrigarmi a trovare un riparo.
Anche altre ossa recavano segni o erano state spezzate. Guardai ancora con attenzione ed un poco alla volta quel mucchio che mi era apparso all’inizio insignificante cominciò a rivelarmi altri particolari interessanti. C’erano residui disseccati di escrementi animali. Qua e là anche alcune tracce di peli. Il materiale organico non portava segno di bruciatura. Pareva che ci fosse stato forse un grande incendio che aveva interessato una vasta area e che era giunto forse proprio fin dove io ero in quel momento. Tutt’attorno comunque proseguivano i segni di quel grande rogo; le ceneri erano state disperse dal vento ed ovunque si mescolavano al terriccio e ai calcinacci. Ma dopo l’incendio alcuni uomini ed animali erano tornati a popolare quella zona e non erano vissuti per qualche tempo dopo quella catastrofe.
Uomini ed animali. Compresi d’improvviso cos’erano quei segni sulle ossa: erano tracce di zanne. Zanne robuste che avevano strappato la carne per cibarsene ed avevano spezzato le ossa per succhiarne il midollo altamente nutriente. E denti più piccoli, forse di topi, che avevano poi completato il lavoro.
Faceva sempre più freddo. Mi rialzai in piedi e mi rimisi in cammino. Quelle ossa potevano essere state spolpate un anno oppure cento anni prima, non avevo modo di saperlo; ma se era passato solo un anno poteva darsi che il proprietario di quelle zanne vivesse ancora nei paraggi in compagnia di quei suoi lunghi dentoni e forse anche di parecchi amici e parenti.
Un passo dopo l’altro avanzavo e pensavo. Quel teschio mi era parso strano ed, a ripensarci, lo era veramente. Sembrava deforme. La mascella troppo piccola e le orbite troppo grandi. L’essere cui era appartenuta non poteva essere una scimmia, ma neppure un uomo normale. Forse era stato un povero disgraziato nato infelice.
Mi fermai per un attimo in silenzio. Ora l’edificio che avevo visto era di fronte a me ed il suo portone spalancato si apriva a non più di dieci metri di distanza. Più in là vi erano anche altri palazzi o case in discrete condizioni. Sembrava che quella zona si fosse trovata al di fuori della catastrofe. Alle mie spalle invece solo miglia e miglia di distruzione.
Ascoltai il vento cercando odori o suoni che potessero rivelarmi un pericolo. Ma ovunque pareva esservi soltanto il soffio polveroso ed incessante che mi faceva rabbrividire. Mi decisi ad entrare.
All’interno dell’edificio regnava ovunque il silenzio. Trovai una rampa di scale e presi a salire. Al primo piano una porta sembrava solo accostata: la spinsi e si aprì stridendo lungamente. Era un grande appartamento e pareva che la vita vi si fosse fermata come nel fermo immagine di un film. E poi su quell’immagine erano cadute la polvere e la cenere...


Il finale di Sugar

[INTERMEZZO: alcune ore prima]

 

Il Sig. Mario Bialetti... alchimia di un cognome! D’aspetto era simile in modo singolare all’omino che pubblicizzava l’omonima macchinetta del caffè.... Baffetti a spazzola, corporatura magra, altezza appena nella media....
Anonimo come lui: un noioso impiego statale in un ufficio polveroso, pieno di scartoffie... dimenticato non solo dal suo Datore di Lavoro... ma dalla stessa Umanità....
Quella sera si tirò la coperta sino al mento, come al solito: non c’era nessuno che gliela rimboccasse... non una donna che gli dormisse a fianco... I suoi affetti erano circoscritti a Penelope, la spelacchiata bastardina presa al canile, che gli si distese - come sempre - lungo, anzi... attaccata a una gamba: aveva bisogno del contatto umano....
Il freddo era pungente in quella casa di periferia, in cui spegnevano il riscaldamento centralizzato sempre troppo presto... quando poi non si guastava la caldaia, un vecchio “scaldabagno” ancora al di fuori di qualsiasi norma di sicurezza.
La sua vita non era però in bianco e nero, come potrebbe sembrare: coltivava una passione intensa: letture di fantascienza di qualsiasi “taglia”: racconti, romanzi.... e amava immedesimarsi nei personaggi, nel protagonista: insomma, viveva delle virtuali vite altrui....
Il Sig. Mario Bialetti viveva così di sogni... anzi... più precisamente viveva “nei” sogni: ogni sera, prima di addormentarsi, leggeva qualche pagina del suo genere preferito e poi... scivolava lentamente nel sonno e nel sogno, diventando lui stesso l’eroe del giorno o meglio... della notte!
Ora era preso da una nuova antologia di racconti brevi, di un autore emergente: Giorgio Penco. Fra tutti i titoli “La luce grigia del mattino” (link racconto G. Penco) era quello che l’aveva incuriosito di più. «[...] un luogo non offuscato nella luce grigia del mattino, che si pone a metà tra fantasy e reality; un racconto che nasconde, con abile maestria, doppie realtà da scoprire.... » recitava la recensione, intrigante, apparsa su “Thejag.org”, il sito specializzato in letteratura di fantascienza di cui il Sig. Bialetti era un appassionato frequentatore… Perché il Sig Bialetti era sì solo, invisibile agli altri ma non ignaro del mondo circostante, di quanto gli accadeva intorno: apprezzava Internet e conosceva a menadito il “Manuale di navigazione”.
Aprì il libro su quel racconto... ma la stanchezza delle giornata, la calca nella metropolitana ebbero la meglio... gli occhiali scivolarono giù... il Bialetti strizzò gli occhi nel tentativo di tenerli ancora aperti... la luce, accesa sul comodino diventò un bagliore rossastro.... ed ecco che gli sembrò di vedere... «Pennellate di rosso infuocato e di blu del cielo che scaturisce al tramonto. Un passo dopo l’altro la strada scorreva quasi in trance sotto i miei occhi ...»
« Caspita!!! Questa volta sono io l’Io Narrante!» ebbe appena il tempo di pensare prima di precipitare nel sogno.... E riprese a vedere…

[FINE INTERMEZZO: ora]

...all’interno dell’edificio regnava ovunque il silenzio. Trovai una rampa di scale e presi a salire. Al primo piano una porta sembrava solo accostata: la spinsi e si aprì stridendo lungamente. Era un grande appartamento e pareva che la vita vi si fosse fermata come nel fermo immagine di un film. E poi su quell’immagine erano cadute la polvere e la cenere...

Un lungo corridoio si apriva davanti a me... tante porte chiuse... Ecco! ora provo ad aprire questa! Fa resistenza... è pesante... come se fosse blindata... Finalmente si apre!!!!! Che freddo!!!! Una folata di aria gelida mi avvolge... qualche stalattite dal soffitto.... una cella frigorifera!? Ma che freddo! Non resisto.....»
In quella casa di edilizia popolare, dal riscaldamento centralizzato un po’ precario, il freddo era diventato ancora più intenso.
« Che freddo! Che freddo!» rabbrividì il Sig. Mario Bialetti svegliandosi intirizzito: la coperta era scivolata giù... quella dannata caldaia si doveva essere nuovamente guastata!!!!!