OPERE: racconti - variazioni sull'incipit

Pennellate di rosso infuocato #3

di Stefano Caporali

Pennellate di rosso infuocatoL'incipit di Giorgio

Pennellate di rosso infuocato e di blu del cielo che scurisce al tramonto. Un passo dopo l’altro la strada scorreva quasi in trance sotto i miei occhi. Sul terreno il mio sguardo affondava tra refoli di foglie secche in mulinelli e voli freddi e leggeri.
Quanto tempo era passato da quel giorno di primavera di molti anni prima quando ancora non potevo immaginare? Eppure, stranamente, ma ovviamente, non mi ero accorto di nulla. Solo il calendario del mio orologio, fermatosi per l’esaurirsi delle batterie faceva capire che almeno 4 o 5 anni dovevano essere trascorsi. O forse molti di più.
Ora avevo freddo; i miei abiti, assieme al mio orologio li avevo trovati a poca distanza dal piano ove ero disteso, ma erano abiti primaverili ed ora sembrava essere prossimo un inverno glaciale.
Continuai a camminare tra l’asfalto bruciato e spezzato, i rovi, i cespugli, i muschi e gli alberi radi, quasi sempre aghifoglie, che crescevano ovunque. Attorno a me solo gusci di edifici abbandonati come conchiglie sopravvissute ai loro abitanti. Gusci, spesso spezzati ed anneriti, rada vegetazione, vento e rottami di plastica o metallo, a volte familiari, semibruciati e sepolti nel terreno o nei detriti.
Rumori non ce n’erano, se non il sibilo cupo del vento, il risuonare dei miei passi o l’occasionale rumore di oggetti che il vento stesso faceva muovere o cadere. In quel pomeriggio assurdo avevo già percorso forse 5 o 6 miglia, ma non avevo visto neppure un essere umano o un cane, un gatto, un uccello. Ora cominciavo a rendermi conto che in terra di tanto in tanto c’erano segni della presenza di vita animale: alcuni piccoli solchi o cunicoli potevano essere la traccia lasciata da vermi infilatisi nel terreno duro.
Mi accorsi quasi all’improvviso che di fronte a me, a non più di mezzo miglio, si innalzava un edificio di una decina di piani e che pareva essere in condizioni migliori di altri: decisi di dirigermi in quella direzione.
Mentre camminavo osservavo attentamente attorno a me e davanti; quel silenzio irreale e quella solitudine mi mettevano i brividi e cominciavo a temere che qualche pericolo oscuro potesse nascondersi nelle ombre del silenzio. Mi feci più cauto: se qualcuno o qualcosa di ostile era nei pressi probabilmente si celava proprio là dove gli edifici in migliori condizioni potevano offrire un riparo più efficace e, forse, anche risorse di qualche altro tipo.
Camminavo con i sensi all’erta. Mi sentivo vulnerabile: i miei muscoli e la mia mente erano ancora fiacchi ed intorpiditi. Il mio passato di ingegnere elettronico, militare nell’aviazione militare e poi astronauta della NASA aveva fatto di me un uomo pronto ad affrontare efficacemente situazioni e rischi diversi, ma ora non avevo armi e tutto attorno mi pareva sconosciuto e strano. Mi volsi: un rapido movimento alla mia sinistra mi aveva messo in guardia. A pochi metri da me detriti e rifiuti si mescolavano tra loro contro un muro cadente. Ora nulla sembrava muoversi. Quell’atmosfera mi stava gelando più del vento freddo e sentivo il sangue ghiacciato ed il cuore battere forte. Raccolsi da terra un pezzo di mattone per usarlo come arma di fortuna e cominciai ad avvicinarmi piano al punto ove qualcosa si era mosso.
Ancora pochi metri; nulla si muoveva più. Giunto sul punto mi fermai alcuni istanti ad osservare i detriti al suolo. Nulla. Mi chinai a guardare meglio e con un pezzo di bastone frugai piano nel mucchio. Ed all’improvviso qualcosa attrasse la mia attenzione: in mezzo ai calcinacci apparve il bianco strano delle ossa e pochi istanti dopo avevo in mano il teschio di uomo adulto. Era vecchio e danneggiato in più punti; attorno alle orbite c’erano strani segni. Mi inginocchiai e rimasi lì ad osservare come incantato quell’unico segno diretto della presenza passata di un altro essere umano. Quanto era vecchio? Cosa eveva prodotto gli strani segni sotto le orbite oculari? Perchè era lì? Frugando ancora trovai altre ossa, ma non era uno scheletro intero: le ossa erano state disperse dopo la morte o lo erano state le membra prima ancora del disfacimento.
Il sole scendeva e si avvicinava ormai alla linea dell’orizzonte. Di notte avrebbe fatto molto freddo e dovevo sbrigarmi a trovare un riparo.
Anche altre ossa recavano segni o erano state spezzate. Guardai ancora con attenzione ed un poco alla volta quel mucchio che mi era apparso all’inizio insignificante cominciò a rivelarmi altri particolari interessanti. C’erano residui disseccati di escrementi animali. Qua e là anche alcune tracce di peli. Il materiale organico non portava segno di bruciatura. Pareva che ci fosse stato forse un grande incendio che aveva interessato una vasta area e che era giunto forse proprio fin dove io ero in quel momento. Tutt’attorno comunque proseguivano i segni di quel grande rogo; le ceneri erano state disperse dal vento ed ovunque si mescolavano al terriccio e ai calcinacci. Ma dopo l’incendio alcuni uomini ed animali erano tornati a popolare quella zona e non erano vissuti per qualche tempo dopo quella catastrofe.
Uomini ed animali. Compresi d’improvviso cos’erano quei segni sulle ossa: erano tracce di zanne. Zanne robuste che avevano strappato la carne per cibarsene ed avevano spezzato le ossa per succhiarne il midollo altamente nutriente. E denti più piccoli, forse di topi, che avevano poi completato il lavoro.
Faceva sempre più freddo. Mi rialzai in piedi e mi rimisi in cammino. Quelle ossa potevano essere state spolpate un anno oppure cento anni prima, non avevo modo di saperlo; ma se era passato solo un anno poteva darsi che il proprietario di quelle zanne vivesse ancora nei paraggi in compagnia di quei suoi lunghi dentoni e forse anche di parecchi amici e parenti.
Un passo dopo l’altro avanzavo e pensavo. Quel teschio mi era parso strano ed, a ripensarci, lo era veramente. Sembrava deforme. La mascella troppo piccola e le orbite troppo grandi. L’essere cui era appartenuta non poteva essere una scimmia, ma neppure un uomo normale. Forse era stato un povero disgraziato nato infelice.
Mi fermai per un attimo in silenzio. Ora l’edificio che avevo visto era di fronte a me ed il suo portone spalancato si apriva a non più di dieci metri di distanza. Più in là vi erano anche altri palazzi o case in discrete condizioni. Sembrava che quella zona si fosse trovata al di fuori della catastrofe. Alle mie spalle invece solo miglia e miglia di distruzione.
Ascoltai il vento cercando odori o suoni che potessero rivelarmi un pericolo. Ma ovunque pareva esservi soltanto il soffio polveroso ed incessante che mi faceva rabbrividire. Mi decisi ad entrare.
All’interno dell’edificio regnava ovunque il silenzio. Trovai una rampa di scale e presi a salire. Al primo piano una porta sembrava solo accostata: la spinsi e si aprì stridendo lungamente. Era un grande appartamento e pareva che la vita vi si fosse fermata come nel fermo immagine di un film. E poi su quell’immagine erano cadute la polvere e la cenere.


Il finale di Stefano

Gwrnztl trovò il tassello mancante rannicchiato in un angolo del primo piano dell’edificio. Sulla tuta un’etichetta indicava un nome:”Marco”. Utilizzava l’alfabeto arcaico che suo nonno aveva spesso provato a insegnargli. La presenza di vocali era però un ostacolo insormontabile per la sua generazione: essere costretto ad un’unica possibilità fonica lo deprimeva.
Quell’uomo aveva camminato a lungo, almeno 10 miglia se il suo viaggio era effettivamente iniziato dalla sala sotterranea che avevano rinvenuto il giorno prima. Una sala che a lui risultava totalmente incomprensibile ma che, agli occhi esperti di Trfkpp, il tecnocrate della spedizione, aveva subito dato la stura ad ipotesi sconcertanti.
Ora, davanti al tassello mancante, a questo uomo sapiens dalle grandi mascelle e i piccoli occhi, quelle assurde supposizioni diventavano un’inquietante realtà.
Gwrnztl valutò l’intensità luminosa della stanza riducendo la polarizzazione del visore organico. Si fermò al 85%, quando la sensazione di dolore superò la sua soglia minima. Individuò la sorgente principale nella finestra alle sue spalle e si avvicinò riportando la polarizzazione al 100%.
Davanti all’apertura sul muro fu investito dalla polvere sottile che aveva invaso il suo mondo. Guardò alternativamente il cielo e l’uomo dietro di lui. Quell’uomo probabilmente aveva avuto la fortuna di poter vedere la luna stampata là in alto invece di doverne respirare continuamente i residui nell’aria. Il suo ricordo del satellite era certamente romantico al contrario del suo che era invece una memoria di devastazione. Le immagini dell’impatto con la terra, dei mutamenti climatici e della nuova glaciazione, del risvegliarsi dei vulcani sommersi, erano vivide in lui dai racconti tramandatigli dal nonno. Forti quasi come una visione diretta.
Oscurò come meglio potè la sorgente luminosa. Valutò di nuovo l’intensità e decise di accettare un pò di dolore. Disattivò il visore rimuovendolo dall’endoscheletro innestato sotto le orbite. Chiuse quasi completamente i grandi occhi abitutati all’oscurità del sottosuolo ma la fitta che sentiva non accennò a diminuire.
L’uomo teneva in mano un teschio di un suo simile ucciso probabilmente da uno Smilodon. Gwrnztl si chiese cosa avesse potuto pensare Mrc di quel cranio, deformato dalla permanenza al buio e da una dieta profondamente diversa da quella dei sapiens. Il pensiero gli mise fame. Aprì la sua razione K e inghiotti avidamente una manciata di vermi siberiani succhiandone il gustoso contenuto.
Faceva impressione trovarsi di fronte ad un sapiens in carne ed ossa ma più impressionante era il pensiero grottesco che gli suggerì l’epitaffio dell’ultimo rappresentante della specie estinta, o meglio, evolutasi: “Il freddo che lo preservò per un millennio lo uccise in una sola notte.”