OPERE: racconti - variazioni sull'incipit
Pennellate di rosso infuocato #1
di Fulvio Lanna
L'incipit
di Giorgio
Pennellate di rosso infuocato e di blu del cielo che scurisce
al tramonto. Un passo
dopo l’altro la strada scorreva quasi in trance sotto i miei
occhi. Sul terreno il mio sguardo affondava tra refoli di foglie secche in
mulinelli e voli freddi e leggeri.
Quanto tempo era passato da quel giorno di primavera di molti anni prima
quando ancora non potevo immaginare? Eppure, stranamente, ma ovviamente,
non mi ero
accorto di nulla. Solo il calendario del mio orologio, fermatosi per l’esaurirsi
delle batterie faceva capire che almeno 4 o 5 anni dovevano essere trascorsi.
O forse molti di più.
Ora avevo freddo; i miei abiti, assieme al mio orologio li avevo trovati a
poca distanza dal piano ove ero disteso, ma erano abiti primaverili ed ora
sembrava
essere prossimo un inverno glaciale.
Continuai a camminare tra l’asfalto bruciato e spezzato, i rovi, i cespugli,
i muschi e gli alberi radi, quasi sempre aghifoglie, che crescevano ovunque.
Attorno a me solo gusci di edifici abbandonati come conchiglie sopravvissute
ai loro abitanti. Gusci, spesso spezzati ed anneriti, rada vegetazione, vento
e rottami di plastica o metallo, a volte familiari, semibruciati e sepolti nel
terreno o nei detriti.
Rumori non ce n’erano, se non il sibilo cupo del vento, il risuonare dei
miei passi o l’occasionale rumore di oggetti che il vento stesso faceva
muovere o cadere. In quel pomeriggio assurdo avevo già percorso forse
5 o 6 miglia, ma non avevo visto neppure un essere umano o un cane, un gatto,
un uccello. Ora cominciavo a rendermi conto che in terra di tanto in tanto c’erano
segni della presenza di vita animale: alcuni piccoli solchi o cunicoli potevano
essere la traccia lasciata da vermi infilatisi nel terreno duro.
Mi accorsi quasi all’improvviso che di fronte a me, a non più di
mezzo miglio, si innalzava un edificio di una decina di piani e che pareva essere
in condizioni migliori di altri: decisi di dirigermi in quella direzione.
Mentre camminavo osservavo attentamente attorno a me e davanti; quel silenzio
irreale e quella solitudine mi mettevano i brividi e cominciavo a temere che
qualche pericolo oscuro potesse nascondersi nelle ombre del silenzio. Mi feci
più cauto: se qualcuno o qualcosa di ostile era nei pressi probabilmente
si celava proprio là dove gli edifici in migliori condizioni potevano
offrire un riparo più efficace e, forse, anche risorse di qualche altro
tipo.
Camminavo con i sensi all’erta. Mi sentivo vulnerabile: i miei muscoli
e la mia mente erano ancora fiacchi ed intorpiditi. Il mio passato di ingegnere
elettronico, militare nell’aviazione militare e poi astronauta della NASA
aveva fatto di me un uomo pronto ad affrontare efficacemente situazioni e rischi
diversi, ma ora non avevo armi e tutto attorno mi pareva sconosciuto e strano.
Mi volsi: un rapido movimento alla mia sinistra mi aveva messo in guardia. A
pochi metri da me detriti e rifiuti si mescolavano tra loro contro un muro cadente.
Ora nulla sembrava muoversi. Quell’atmosfera mi stava gelando più del
vento freddo e sentivo il sangue ghiacciato ed il cuore battere forte. Raccolsi
da terra un pezzo di mattone per usarlo come arma di fortuna e cominciai ad avvicinarmi
piano al punto ove qualcosa si era mosso.
Ancora pochi metri; nulla si muoveva più. Giunto sul punto mi fermai alcuni
istanti ad osservare i detriti al suolo. Nulla. Mi chinai a guardare meglio e
con un pezzo di bastone frugai piano nel mucchio. Ed all’improvviso qualcosa
attrasse la mia attenzione: in mezzo ai calcinacci apparve il bianco strano delle
ossa e pochi istanti dopo avevo in mano il teschio di uomo adulto. Era vecchio
e danneggiato in più punti; attorno alle orbite c’erano strani segni.
Mi inginocchiai e rimasi lì ad osservare come incantato quell’unico
segno diretto della presenza passata di un altro essere umano. Quanto era vecchio?
Cosa eveva prodotto gli strani segni sotto le orbite oculari? Perchè era
lì? Frugando ancora trovai altre ossa, ma non era uno scheletro intero:
le ossa erano state disperse dopo la morte o lo erano state le membra prima ancora
del disfacimento.
Il sole scendeva e si avvicinava ormai alla linea dell’orizzonte. Di notte
avrebbe fatto molto freddo e dovevo sbrigarmi a trovare un riparo.
Anche altre ossa recavano segni o erano state spezzate. Guardai ancora con
attenzione ed un poco alla volta quel mucchio che mi era apparso all’inizio insignificante
cominciò a rivelarmi altri particolari interessanti. C’erano residui
disseccati di escrementi animali. Qua e là anche alcune tracce di peli.
Il materiale organico non portava segno di bruciatura. Pareva che ci fosse stato
forse un grande incendio che aveva interessato una vasta area e che era giunto
forse proprio fin dove io ero in quel momento. Tutt’attorno comunque proseguivano
i segni di quel grande rogo; le ceneri erano state disperse dal vento ed ovunque
si mescolavano al terriccio e ai calcinacci. Ma dopo l’incendio alcuni
uomini ed animali erano tornati a popolare quella zona e non erano vissuti per
qualche tempo dopo quella catastrofe.
Uomini ed animali. Compresi d’improvviso cos’erano quei segni sulle
ossa: erano tracce di zanne. Zanne robuste che avevano strappato la carne per
cibarsene ed avevano spezzato le ossa per succhiarne il midollo altamente nutriente.
E denti più piccoli, forse di topi, che avevano poi completato il lavoro.
Faceva sempre più freddo. Mi rialzai in piedi e mi rimisi in cammino.
Quelle ossa potevano essere state spolpate un anno oppure cento anni prima, non
avevo modo di saperlo; ma se era passato solo un anno poteva darsi che il proprietario
di quelle zanne vivesse ancora nei paraggi in compagnia di quei suoi lunghi dentoni
e forse anche di parecchi amici e parenti.
Un passo dopo l’altro avanzavo e pensavo. Quel teschio mi era parso strano
ed, a ripensarci, lo era veramente. Sembrava deforme. La mascella troppo piccola
e le orbite troppo grandi. L’essere cui era appartenuta non poteva essere
una scimmia, ma neppure un uomo normale. Forse era stato un povero disgraziato
nato infelice.
Mi fermai per un attimo in silenzio. Ora l’edificio che avevo visto era
di fronte a me ed il suo portone spalancato si apriva a non più di dieci
metri di distanza. Più in là vi erano anche altri palazzi o case
in discrete condizioni. Sembrava che quella zona si fosse trovata al di fuori
della catastrofe. Alle mie spalle invece solo miglia e miglia di distruzione.
Ascoltai il vento cercando odori o suoni che potessero rivelarmi un pericolo.
Ma ovunque pareva esservi soltanto il soffio polveroso ed incessante che mi
faceva rabbrividire. Mi decisi ad entrare.
All’interno dell’edificio regnava ovunque il silenzio. Trovai una
rampa di scale e presi a salire. Al primo piano una porta sembrava solo accostata:
la spinsi e si aprì stridendo lungamente. Era un grande appartamento e
pareva che la vita vi si fosse fermata come nel fermo immagine di un film. E
poi su quell’immagine erano cadute la polvere e la cenere.
Il finale di Fulvio
All’improvviso, una stanchezza afferro’ le
sue membra e la sua mente. Basta, quella cura-gioco non gli piaceva piu’.
Eppure era indispensabile…
Comunque, tutte le settimane, tutte le sante settimane, si ritrovava a compiere
gli stessi, noiosi, vecchi gesti. Possibile che la sua vita non potesse
più discostarsi
da quella sciocca routine medica?
Si tolse gli occhiali “Post-Atomici”.
Ecco, ora il mondo aveva ritrovato i suoi colori, quei banali, noiosi ed
abbaglianti colori pastello che lo facevano somigliare ad un antico cartone
animato… un mondo per bambini.
Gli edifici erano di colpo tornati integri, alcune persone si muovevano
tranquille, altre, con i loro occhiali, vagavano perse nell’irrealtà.
Guardò nelle sue mani. Un semplice, inutile, rotondo lecca-lecca con
sopra i segni dei suoi denti… altro che teschio!!!
E fu colto da una nuova crisi di depressione. Ma possibile che non ci fosse
nessun altro rimedio che usare, tutti i sabati, tutte le domeniche, quegli
occhiali deformanti? Possibile che non ci fosse altro rimedio contro quel
perfido malessere che tutti chiamavano “Malessere da Insulso Benessere”?
E possibile che per stare meglio, fosse necessario ricorrere alle immagini
di un mondo morto, distrutto, inaridito, quello della Grande Guerra del
2023 o di qualche altro Neo-Ambiente?
“
Certo che l’uomo e’ veramente un animale strano”, si andava
dicendo, quando rimise nella custodia gli occhiali deformanti Nr.1, i “Post-Atomici” e
prese quelli Nr. 14, gli occhiali del “Vero, Allegro Chirurgo”….

