OPERE: racconti
La scaletta
di Sugar
Era giunto all’indirizzo indicatogli quasi di nascosto, camminando
rasente i muri. Continuava a girarsi inavvertitamente, come se qualcuno lo
stesse seguendo. Temeva un incontro casuale: un amico, un conoscente avrebbe
mandato all’aria il castello di carte false in cui si era rifugiato
da anni.
Da tempo faceva quasi fatica a distinguere il vero, l’opinabile, il
falso, il giusto, l’ingiusto, l’assoluto, il relativo... continuando
ad ammantarsi di alibi.
Domani.... oggi mi è impossibile; La situazione è sotto controllo
erano ormai i suoi refrain preferiti.... Ogni risveglio, una sofferenza: quante
ore lo dividevano dalla notte successiva? Una rapida previsione sulla giornata
lo spingeva già ad uno sconforto esistenziale: uno slalom fra i soliti,
piccoli disagi di ordinaria quotidianità: stress, qualche delusione,
una sconfitta....
Sessantottino curioso, capelli sulle spalle, chitarra a portata di mano
- immagini stereotipe di un passato ormai lontano - aveva affrontato la vita
con un altro piglio. Strimpellatore solitario - l’eterna sigaretta fra
le dita - nelle notti calde, sotto cieli stellati di afosi campeggi estivi,
aveva sognato qualcosa di diverso per il suo futuro.
E poi..... le passioni, gli amori, il lavoro, i successi, le disfatte,
le gratificazioni, la tenerezza, le antipatie, i pudori, la timidezza, l’aggressività,
le insoddisfazioni, i sensi di colpa, la felicità, il dolore....insomma:
la vita e gli anni erano volati…..
Una vita un po’ bella e un po’ brutta, un po’ divertente
e un po’ noiosa, un po’ faticosa e un po’ lieve; un po’ gioiosa
e un po’ triste; insomma una vita “un po’ e un po’….” .
Una vita come tante, condivisa con migliaia di uomini, compagni di viaggio
di un cammino con finale a sorpresa.
Una mattina, uguale a tante altre, non si riconobbe più nell’immagine
riflessa dallo specchio. Lavoro in banca, stipendio fisso... il noto motivetto
gli ronzò nelle orecchie mentre si passava sulle guance appesantite
il dopobarba. Guardandosi con autocritica negli occhi un po’ acquosi
si chiese in quale galassia, in quale universo fosse finito quel ragazzo di
altre aspettative. Si girò per rincorrerlo, ma era troppo lontano…..
Inadeguatezza, disamore, vergogna, disistima, bugie, solitudine, disperazione:
questi erano ormai i suoi territori. Solo, in insonnie silenziose, raggomitolato
in posizione fetale, sognava di regredire in uno stato embrionale, cullato
nell’ambiente uterino, protetto dal liquido amniotico.
Spinto da un rigoroso senso del dovere si alzava appena la sveglia intonava
l’esasperante biip, biip! Severo con se stesso timbrava puntuale - ogni
giorno - l’inizio del suo turno di lavoro. Inappuntabile nella sua giacca
blu, nel suo pulloverino di cachemire, nella sua camicia fresca di bucato
ascoltava paziente le richieste dei clienti, consigliava in modo competente
operazioni finanziarie, si muoveva sicuro nell’Intranet delle Agenzie
consociate.
Certo quel fastidioso cerchio alla testa gli rendeva, a volte, insopportabili
le procedure, anche quelle più ovvie e scontate. Aveva dei numeri un’opinione
del tutto personale. Quelli tondeggianti come lo zero, il due, il sei, l’otto
con quelle pance piene erano più benevoli nei suoi confronti: se ne
stavano tranquilli tranquilli sulla riga di scrittura. Ma altri, soprattutto
quelli dispari (l’uno, il tre, il cinque, il sette ma anche pari come
il quattro) erano particolarmente dispettosi: con le loro spigolosità,
gli angoli acuti, i trattini brevi ed appuntiti si divertivano a scomporsi,
a mescolarsi in una danza confusionaria. Allora era veramente difficile leggere
il tabulato bianco; allora le otto ore lavorative sembravano davvero interminabili.
Se non glielo avessero impedito la deontologia professionale e la paura di
svelare il suo segreto - che riteneva vergognoso - avrebbe saputo come curare
il fastidioso sintomo! Quando non ce la faceva proprio, accusava un’influenza
diplomatica.
Felicità a buon mercato! Bastava qualche centilitro e già il
mondo appariva sotto un altro aspetto!
Se l’angoscia era più profonda, si doveva cambiare unità di
misura: dai centilitri ai decilitri il passo è breve. Quando divampava
l’odio contro se stesso, un buon mezzo litro era sufficiente a tacitarlo!
Se lo assediavano i sensi di colpa verso i suoi cari bisognava ricorrere ad
armi più pesanti: superalcolici in quantità industriale!
Fermo davanti al numero civico cercato sentì sulle spalle il peso di
tutti quegli anni passati a nascondersi…. a raccontare bugie….
a fingere una vita di disarmante normalità che non gli apparteneva
più, non sapeva neanche lui da quando… ad evitare la compagnia
nella paura di scoprirsi, di essere giudicato, non amato….
Queste considerazione peggiorarono il suo umore: doveva tirarsi su in qualche
modo! Entrò impulsivamente nel piccolo bar, proprio accanto al portone.
Il locale modesto già dall’esterno aveva un aspetto un po’ sordido:
l’accolse da dietro il bancone il sorriso untuoso del proprietario.
Similis cum simili – da dove gli veniva, in quel momento, quella citazione
forbita? - ovvero, in altri termini, Dio li fa e poi li accoppia! disse fra
sé e sé osservando lo squallore complessivo del posto. Arredi
sin troppo comuni, plastica dappertutto, sovrappeso, una calvizie incipiente
in cui si riflettevano beffarde le luci al neon…. Afferrò con
mano un po’ sudaticcia il bicchiere che gli veniva porto: incomparabile
poesia di un liquido ambrato, che scorre voluttuoso lungo l’esofago!
Che segnala di essere giunto a segno in un’esplosione di calore! Non
ne sentiva più il sapore da tempo, ma come anestetico era insuperabile!
Osservò con attenzione le bottiglie in fila, sui ripiani di vetro dall’igiene
un po’ dubbia: rivali imbattibili - pur così immobili e apparentemente
accattivanti - sbaragliano la compagna più amata, umiliano la donna
più desiderata, mentre il loro contenuto fallacemente illusorio pianta
inesorabile, nella sua avanzata, bandierine nel corpo e nella mente.
Aiuto! Rifletté un attimo sulla sua vita: una grottesca imitazione,
una vita virtuale!
Aiuto! A chi raccontare la sua storia? A chi affidare le sue verità senza
incorrere in severe censure? Dove trovare il coraggio di raccontarsi sino
in fondo? Così, come veniva, senza preoccuparsi della grammatica, sorvolando
magari sulla sintassi e sulla scelta del lessico?!
Non è certo la nudità fisica quella che intimorisce di più!
Uscì dal locale e si trovò nuovamente davanti al portone: ancora
incerto, in preda a un irrefrenabile desiderio di fuga, ma inspiegabilmente
incollato al suolo.
Con decisione repentina scese rapidamente i gradini che lo separavano dall’entrata.
Una ripida scaletta: il tragitto gli parve - nello stesso tempo - lunghissimo
e brevissimo. Aprì la porta socchiusa: la luce era accecante rispetto
al buio e al freddo dell’esterno. Finalmente a casa! pensò. Lo
prese una sensazione di calore; un vago senso di pace - che non provava da
anni - cominciava a pervaderlo nascendo più o meno da dietro lo sterno,
all’altezza della regione cardiaca, là dove la morale comune
colloca la sede dell’anima e dei sentimenti.
Prese posto fra le molte persone già sedute. I loro sorrisi rassicuranti
sembravano accoglierlo con simpatia, come fosse un vecchio amico. Si guardò intorno,
colpito dall’eterogeneità dell’assemblea, difforme per
età, genere, censo. Uomini dall’aria distinta e inappuntabile
- liberi professionisti? dirigenti della Pubblica Amministrazione? - sedevano
accanto ad altri di origine decisamente più modesta, che portavano
impressa sul viso - perennemente abbronzato e solcato da rughe profonde -la
fatica del loro lavoro, e poi giovani dai fisici ancora aitanti, ragazze devastate
dai segni inequivocabili dell’anoressia, casalinghe precocemente sfiorite,
dall’aria stanca. Umanità varia e dissonante stretta in un’unica
dipendenza, accomunata nello stesso dolore, impegnata nella stessa lotta.
Quanti ce l’avrebbero fatta? Qualcuno stava già raccontando…..
Ascoltò storie di inaudita violenza, di ordinaria quanto raccapricciante
emarginazione…. La sua, a confronto, era di disarmante banalità anche
se aveva preteso, come tributo, anni tormentati….
Quando giunse il suo turno si alzò: tutti gli occhi erano puntati su
di lui, il nuovo adepto. Nel silenzio generale scandì con grande sforzo:
Sono Marco, alcolista. In solo tre semplici, scarne parole, tutto il suo dramma
di uomo. Appena le ebbe pronunziate - in maniera sofferta, ma ferma - si sentì finalmente
libero, profondamente sollevato, in pieno possesso di sé: aveva recuperato
la sua dignità! Il macigno che gli schiacciava il petto si stava miracolosamente
sgretolando: respirava finalmente a pieni polmoni! Non temeva più i
giudizi, le condanne superficiali. Man mano che parlava aveva l’impressione
che le catene che lo avevano trattenuto cominciassero già a sciogliersi,
che le ferite della sua malattia cominciassero già a rimarginarsi…..
Improvvisamente si sorprese a far pace con se stesso assolvendosi in un perdono
lungamente sofferto..…
Alle sue spalle una targa di dimensioni modeste: Alcolisti Anonimi.

