OPERE: racconti - «Incontri» atto II°

2 - Posticipo

di Stefano Caporali

Capitolo precedente: "1 - Anticipazioni di realtà"

 

PosticipoMetro B, fermata “Garbatella”. Qui quasi nessuno scende, ed anche se siamo in pochi a salire, il vagone è comunque troppo pieno. Devo concentrarmi sul mio odore per non essere sopraffatta dalle esalazioni di questo pasticcio di corpi che mi premono intorno. L'assedio delle ascelle variopinte dei miei vicini involontari, mi costringe ad una complessa operazione di distrazione degli occhi.
A Piramide, con il consueto rimescolamento di posti, cambia il mio punto di vista e il mio sguardo, in vagabondaggio obbligato, è costretto a fermarsi su un’improvvisa apparizione.
Lo riconosco subito anche se ha la barba incolta e i capelli più lunghi. La faccia è molto più abbronzata dell’immagine che ho di lui sul cellulare; sono passati 2 mesi da quello “scatto”.
Di lui mi resta quello e un nome: Marco@utobus. D’altronde anch'io non sono per lui null’altro che un nome: Emm@utobus.

La foto che ha di me è più che antica: rappresenta un’altra persona. Era il giorno del mio compleanno quando gliela inviai e per l’occasione mi regalai un restyling completo.
Già, il giorno del mio compleanno.

E’ proprio allora che l’ho agganciato sull' essemmesse chat “@utobus”, quella per utenti in attesa dei mezzi pubblici. Un servizio sperimentale che mi ha entusiasmato subito e a cui ho aderito senza esitazione. Certo la cosa non ha aiutato la mia dipendenza da messaggini, ma almeno mi ha procurato nuove prede da contattare.
Anche con Marco c’ho provato. A messaggiarlo ovviamente. Ma quello niente! Si è proprio offeso quando sull’otto ho fatto finta di non conoscerlo… ma che cavolo! Era troppo presto per un contatto fisico. Fosse stato anche un semplice “ciao”. In fondo ci eravamo scambiati appena 400 caratteri in tutto ed io, prima dei 4.000 non telefono nemmeno…
Dopo una settimana ho sospeso l’essemmesse quotidiano di scuse. Che andasse al diavolo con il suo fare sostenuto da “grande offeso”.
Però il numero l’ho conservato e anche la foto, ed ora che lo rivedo ne capisco il motivo. Non che sia bello ma, come si dice adesso? Sa valorizzarsi, e alla grande! Si atteggia in modo da mettere in risalto le sue armi migliori. Sembra quasi un attento studio a tavolino, o sarebbe meglio dire allo specchio.
Lo sguardo pensieroso, la bocca che ammicca ad un sorriso che non si rivela mai. Un fisico ben scolpito che si intuisce dietro il falso tentativo di nasconderlo dentro la camicia.
Il sole, che gli ha dato quest’abbronzatura più marcata, ha anche schiarito i capelli che, così lunghi, gli hanno fatto finalmente perdere quell’aria da bravo ragazzo che si portava dietro.
Forse è arrivato il momento di giocarmi quel “ciao” ingoiato l’ultima volta.
A Circo Massimo gli sono accanto. Non mi nota, guarda dritto davanti a sé con lo sguardo sprofondato nel suo riflesso sul finestrino.
« Ciao
Il movimento è impercettibile ma la pupilla mi fissa per un momento, poi mi lascia di nuovo.
« E dai Marco, sono Emma»
Un nuovo sguardo, ma stavolta l’espressione cambia leggermente, poi torna a fissare il suo bel riflesso.
« Va bene, sei ancora arrabbiato. Scusa. Eddai! Era uno scherzo. Non mi terrai il muso in eterno! Sono passati mesi e mi sono scusata mille volte. Che devo fare?»
Questa faccia di bronzo non si gira.
« Uffa! Dai. Scusa, scusa, scusa», gli saltello attorno passando dalla parte opposta, con quell’aria da ragazzina un po’ ingenua che è irresistibile per il maschio della mia specie.
Impongo la mia faccia sovrapponendola al riflesso del finestrino «Mi devo inginocchiare? Guarda che lo faccio Marco.»
Un sorriso! Ce l’hai fatta finalmente…
« Emma… Emma vero?» mi fa il bastardo. Come se qualcuno potesse scordarsi di me in così poco tempo.
« Io mi chiamo Francesco ma se preferisci puoi continuare a chiamarmi Marco. Comunque complimenti per l’approccio. Molto originale. Ora che si fa?»
Oddio! Adesso il suo sguardo mi trapassa e per la prima volta lo vedo a volto intero.
I capelli non sono più chiari, sono proprio biondi! E il sole ha poco a che fare con questa carnagione scura. Il naso è più lungo e quello non cresce come i capelli. E il mento poi. E’ appena pronunciato non dominante come quello di Marco. D’altra parte quando parli di due persone diverse qualche differenza te la devi aspettare.
Sono rossa, lo sento. Porpora probabilmente. Di quel colore che ho sempre odiato e combattuto. Quel colore che mi prende gli zigomi, ne fa due tondi ben delineati, scuri, insopportabili e non li lascia per interminabili minuti. E più vorrei che sparisse più si fa forza. Bastardo anche lui.
Sento intorno qualche risolino malcelato. Tutti gli occhi del vagone sono su di me. I miei invece cadono a terra, sulle scarpe e ancora oltre. Un peso opprimente mi blocca la testa in basso. Avverto a malapena le parole di Marc… di Francesco? Si mi pare Francesco ma come si fa ad essere sicuri di un nome in un momento così? Una leggera vertigine mi porta verso l’uscita e senza rendermene conto sono fuori.
Colosseo. Non è la mia fermata ma io lì sopra non ci torno. Riesco ad alzare la testa mentre la Metro riparte. Mi sta guardando. Sorride, forse ho solo perso un’altra occasione, ecchissenefrega se non era Marco; eppure non è il sorriso divertito che mi sarei aspettata. Sembra un ghigno… Poi un trillo, nella mia tasca. Un messaggio: «1 a 1 palla al centro» mittente Marco@utobus.

 

[settembre 2004]

 

Capitolo successivo:

- 3. "Capolinea" di Gabriele Berti

 

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