OPERE: racconti - «Incontri» atto III°

3 - Capolinea

di Gabriele Berti

Capitolo precedente: "2 - Posticipo" di Stefano Caporali

 

CapolineaSono da poco passate le 18, fuori finalmente ha smesso di piovere e quei cretini dell’U.M.B. ancora non riparano il distributore automatico di ombrelli usa e getta.
Finalmente ha chiamato.
Lo sto aspettando da venti minuti ma lui non si ve…ECCOLO!!!
“ Ciao Marco…o preferisci che ti chiami come l’ultima volta….‘Francesco’?”
“ Marco non mi dispiace, ma non credi che mi si addica di più Francesco?”
E’ più stupido di quanto dicano i suoi occhioni…comunque se a lui piace di più Francesco….
“ Senti Marc…Francesco, va bene che la metro è veloce, però che ne dici se ci facciamo una passeggiata?”
Mi guarda e accenna un sorriso. Rispondo automaticamente al sorriso.
“ Se vuoi, puoi chiamarmi anche Marco, per me fa lo stesso.”
Ora non sei più tanto simpatico e bello. Comincio a spazientirmi con questo giochetto dei nomi.
Rimango in silenzio per alcuni secondi. Anche lui. Si sente solo lo sgocciolio della pioggia che dalle foglie degli alberi cade in terra.
“ Andiamo da questa parte?” Con una mano afferro la sua e, a forza, lo trascino in un angolo più buio e isolato.
Mi fermo, lo guardo, raccolgo tutte le mie forze, illumino la mia faccia tosta, salgo sulle punte, gli metto un braccio intorno al collo e…SMACK!!
Non si dovrebbe fare, ma apro gli occhi per vedere che faccia fa.
Non credo ai miei occhi. Sembra la foto di mio padre il giorno della comunione. Non ha espressione.
“ Beh?”
“ Beh?”. Mi risponde.
Allora è proprio un cretino! Mi risponde con la stessa domanda!
Mi viene in mente lo slogan di una pubblicità che vedevo da piccola: qualcosa che toglieva la sete e ripartivi di slancio. Così faccio io: riparto di slancio!
Sfrutto tutta la mia muscolatura di ballerina e mi risollevo sulle punte e…SMACK 2!!
Questa volta gli rimango appiccicata e tengo gli occhi aperti dal primo minuto.
Un brivido mi corre lungo la schiena, il cuore batte veloce.
Il suo volto viene illuminato solo dai fari delle macchine che passano, spalanca gli occhi, è bianco pallido, mi stringe un braccio fino a farmi male, non emette un fiato.
Lento e caldo scorre il suo sangue sulla mia mano, la ritraggo.
Lui cade in terra, rivolto verso il muro, dalla tasca del giaccone fuoriesce il cellulare, un modello nuovissimo. Lo prendo.
Pulisco il coltello con un fazzoletto e lo rimetto in tasca. Faccio un respiro profondo, mi volto e me ne vado.

Ha ricominciato a piovere ma sono già arrivata a casa.
“ Sbrigati Emma, la cena è pronta!”
“ Mi cambio e arrivo!”
Entro in camera e mentre mi metto il mio pigiamone accendo la radio.
“ …il no comment della polizia su questo quinto omicidio ci rivela la gravità della situazione!”
Mi siedo a tavola ma sento il trillo del mio cellulare, dalla mia camera. Mi precipito a rispondere.
Messaggio: “Allora…quando ci vediamo?”
Mittente: Marco@utobus.

[dicembre 2004]

 

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