OPERE: racconti

Carlo si fermò

di Claudia Piersanti

Carlo si fermòCarlo si fermò davanti alla finestra, l’aprì inspirando l’aria ripulita dall’acquazzone.
La radio, sommessamente, urlava la canzone di Dalla “Anna bell’Anna”.
Chiuse gli occhi assaporando quel momento di pace, di fresco e di pulizia.
L’odio gli aveva divorato l’anima, ora voleva riassaporare il piacere della serenità.

Aveva cominciato con azioni intimidatorie: l’automobile graffiata e presa a martellate; interiora di animali lasciate davanti casa, telefonate notturne minatorie, spari con una vecchia carabina sulle finestre della camera da letto.
Il sentirlo disorientato, impaurito ed arrabbiato contro qualche sconosciuto pazzo che lo aveva preso di mira e lo stava torturando gli procurava un piacere immenso.
Il piacere del potere su un altro uomo…

I pensieri, le fantasie crescevano nella sua mente diventando sempre più cattive, più distruttive. Non riusciva a fermarle, non voleva fermarle!

Carlo passò a prendere Franco sotto casa alle cinque di sabato mattina. Erano anni che ogni mese, il primo sabato del mese andavano a pesca.
Carlo come al solito guidava. Franco seduto al suo fianco sbadigliava e cercava sulla radio la stazione che preferiva.
Staccando le mani dal volante gli passò il thermos del caffé. Franco bevve ignaro dell’aggiunta di sonnifero. Fece una smorfia lamentandosi di quanto era disgustoso, ma si sa, un caffe’ da un thermos… non e’ certo il massimo!.
Arrivarono al capanno vicino al fiume, alle sei, albeggiava appena. Una fitta foschia rendeva il posto irreale, fuori del tempo e dal mondo.
Tirarono fuori l’attrezzatura per la pesca. Franco sbadigliava senza contegno. Lo faceva quasi esageratamente, lamentandosi per il sonno. Prese dell’altro caffè...
Carlo aspettò di vederlo cadere addormentato. Lo trascinò vicino al capanno, lo spogliò guardando con disgusto quel corpo flaccido e trascurato, lo legò mani e piedi a dei pali, gli tappò la bocca con fazzoletto e del nastro adesivo. Aspettò.
Aspettò che rinvenisse. Franco doveva vedere e sentire.
Gli piacque quello sguardo smarrito, incredulo e inorridito che seguiva i suoi movimenti, sentire quei mugolii disperati e furiosi al tempo stesso che uscivano dalla sua bocca. Carlo non disse una parola; sorrideva a Franco e rimaneva muto.
Sorrideva ancora, mentre lo vedeva contorcersi, sussultare ad ogni amo infilato nella pelle. Con un coltello, gli praticò dei tagli corti e profondi sulle cosce, sulle braccia, un brivido di piacere gli corse lungo la schiena sentendo lacerarsi i muscoli sotto la lama e intanto asciugava il sangue che usciva copioso; aveva paura di recidergli qualche arteria importante se non vedeva bene dove tagliare. Ogni volta che Franco sveniva lui lo faceva rinvenire.

Con un coltellino più piccolo gli praticò dei tagli sulla fronte, con precisione, disegnando una croce. Gli recise il naso. Gli praticò dei fori, con un punteruolo, sul collo, sulle mani e sotto la pianta del piede. Il corpo di Franco ora sussultava scomposto, in preda a tremiti non più controllabili, lo sguardo velato, spento che non metteva più a fuoco. Con la canna da pesca lo colpì violentemente più volte sul basso ventre, sul fegato, sullo sterno. Si fermò. Franco esalò un respiro rumoroso. L’ultimo.
Richiuse l’attrezzatura da pesca nel capanno. Risalì in macchina. Appena in tempo. Si scatenò un violento temporale che l’accompagnò fino a casa.

Chiuse la finestra e prese il telefono:
“ Dottore, purtroppo l’ho dovuto fare di nuovo”.
Dalla radio, ora, la voce di Vasco Rossi gracchiava: ‘…ti distingui dall’uomo comune….’.